Giovanni Descalzo.
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In coperta.
Racconti del Mare.  Imbarcazioni, Navi e Sottomarini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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La vicenda di In coperta  narrata in prima persona da un giovane mozzo di Sestri Levante, che si imbarca sui leudi, per caricare zavorra alla foce del Magra, oppure vino allElba, e poi scaricare la merce nel porto di Genova. 
La storia, basata sulle esperienze giovanili dellautore,  tutta un susseguirsi di vicende nautiche, e ogni tanto anche di terraferma, tra navigazioni velocissime col vento in poppa e bonacce bianche, in cui limbarcazione attende immobile, magari nelle vicinanze di una costa che non pu raggiungere con le vele, magari inoltrandosi lentamente a remi fino allapprodo. Ci sono i vecchi marinai ed i loro racconti, i militi che cercano di multare limbarcazione per non avere i documenti in regola, il padrone che cerca di farsi perdonare lirregolarit offrendo gallette e un bicchiere di vino, il rancio a bordo a base di baccal o di minestrone, e mille altri episodi, narrati con dettagli nautici ed umani che ci fanno credere di essere tutti a bordo della Rosa Madre. Nessun dramma, nessuna burrasca, nessuna disgrazia funestano queste tranquille vicende che si svolgono tra Liguria e Toscana, con la Corsica che ogni tanto compare allorizzonte, ed i fari che illuminano la notte.
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L'AUTORE.
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Giovanni Descalzo (Sestri Levante, 1 giugno 1902, Sestri Levante, 13 settembre 1951)  stato un poeta e scrittore italiano.
Marinaio, pescatore, contadino, operaio alla Fabbrica Italiana Tubi e infine impiegato comunale,  autore di romanzi, prose liriche e, per giornali e riviste, centinaia di racconti (molti dei quali per ragazzi), articoli e resoconti di viaggio.
Autodidatta nei disparati ambiti letterari, egli  per considerato, innanzitutto, un poeta ligure della seconda generazione.
La citt di Sestri Levante gli ha intitolato il Lungomare, la Scuola media statale e dedicato nel 1952 - anno successivo alla morte e cinquantennale della nascita - un busto commemorativo opera dello scultore Guido Galletti, sulla cui targa campeggiano i versi:
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Amo la povert della mia terra
umile innanzi al mare che l'avvolge
e l'aspra vita dei figli partenti
ogni giorno coi remi e colla vela
(da "Paese e mito", 12).
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IN COPERTA.
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Indice.
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Racconto: LA ROSA MADRE.
Racconto: CON GLI ZAVORRAI.
Racconto: VINACCERI ALLELBA
BREVE ELENCO DI VOCI MARINARE.
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Fine Indice.
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Racconto 1. LA ROSA MADRE.
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Partenza notturna.
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La goletta oziava da pi giorni nel porticciolo, tra due brigantini, nello spazio in cui rimangono allncora lungamente i ledi degli zavorrai e dei vinacceri, in attesa, oltre che delle trattative per lo scarico, del vento propizio per avviarsi a Genova.
Lequipaggio ogni sera faceva unultima visita sul tardi per ricevere ordini e consultarsi; constatato che non vi erano novit, se ne tornava poi alle proprie case sulla riva senza impazienza per attendere nuove notizie il domani. A turno qualcuno rimaneva a bordo per la vigilanza.
Dopo tre giorni di attesa finalmente il padrone diede lannuncio:
 giunto il Sea Victory e lo spedizioniere ci vuole in porto dopodomani. Se il vento sar favorevole partiremo questa notte.
Sera di domenica. Due marinai pi giovani, sposati da poco, fecero la passeggiata serale con la moglie lungo il litorale per godersi lo spettacolo del golfo festaiolo che aveva riverberi lungo le rive e qua e l dai vari paesi innalzava luminarie su campanili o festoni lucenti sulle colline. Sorgevano a quando a quando razzi multicolori che sventagliavano nellaria bagliori e scintillii; visti da lungi, senza udire lo scoppio che li accompagna, sembravano apparizioni fantasiose, capricci di stelle e di comete percorrenti la volta celeste dal basso in alto.
Il porticciolo rivierasco, dora in ora pi silenzioso, vegliato dal minuscolo fanale verde del molo, sonnecchiava come la cittadina peschereccia, col leggero dondolo delle sue onde, che il breve riparo non attutiva del tutto, mandandole in ampio semicerchio a imprimere lenti rullii di cuna alle carene delle barche alla fonda.
Dopo la mezzanotte, quando gi qualche pescatore deluso dalle prime calate tornava a terra per non perdere inutilmente la nottata, lequipaggio si trov riunito presso la lancia; ognuno col suo fagotto contenente qualche indumento e pochi oggetti indispensabili per il breve viaggio.
Allarrivo del padrone limbarcazione si mosse portandosi presso la goletta distinta nelloscurit per lampia striscia di biacca che la cingeva come una fascia; i pochi gradini della biscaglina furono saltati dun balzo e, issata la lancia, mentre due si affaccendavano intorno alla randa, altri due salparono lncora col verricello, destando nella sonnolenza del porto un rumore di ferraglie.
Nel buio, rotto soltanto da insignificanti riverberi, la goletta al vento di terra gonfi le vele e trov luscita del porticciolo abbandonando la compagnia del naviglio assonnato, senza un saluto.
Poco fuori, in rotta verso il promontorio di Portofino, incontr la flottiglia delle paranze, veglianti sulle manaite. I pescatori furono i primi a farsi vivi allarmandosi:
Badate alle nostre reti...
A bordo, accesi i fanali laterali, si stava terminando di riassettare la coperta; qualcuno per aveva sempre cura di affacciarsi per scrutare nel buio.
Orza, va orza...
Di quando in quando una voce gridava al timoniere quel comando.
 tutto orza il timone, non ho colpa io se la barca non obbedisce, c appena una bava daria!
Il timoniere si giustificava come poteva per scongiurare gli accidenti dei pescatori che temevano guai per i loro arnesi.
La goletta si chiamava Rosa Madre. La storia delle barche  talvolta lunga e complessa, piena di drammi e di vicissitudini, tal altra semplice ed elementare, riassumibile in poche parole.
Quanti velieri celebri trentanni fa per memorabili traversate, per aver retto a cicloni in pieno oceano, per esser giunti disalberati innanzi a una rada o aver superato con fortunali capi e golfi famosi per la furia delle tempeste, non sono poi finiti miseramente nella pi umile mansione portuaria? Taluni sono divenuti magazzeni galleggianti, altri chiattoni o boe, perdendo nome e prerogative.
I nomi delle barche a vela di certi litorali hanno caratteristiche proprie e divengono poi noti tra i marinai per simboleggiare una speciale attivit o una particolare attitudine.
La SantErasmo, bilancella da carico dipinta in grigio-nero, varando era per tutti segno di assoluto buon tempo.
Giambalin il proprietario, ormai molto vecchio, non voleva con s che coetanei o quasi, che fossero oltre la cinquantina. Abbastanza a ridosso per il gruzzolo accumulato, partiva solo quando la sua lunga esperienza nautica lo rassicurava circa il tempo, in modo che le sue traversate, due o tre allanno, alle isole del Tirreno, rimanevano memorabili per le lunghe bonacce, le giornate di calma bianca, esasperanti per gli altri, e per il tempo impiegato, sempre il triplo di una traversata comune. Una buriana anche di modeste proporzioni, lo faceva appoggiare nel pi prossimo porto, disposto a ripartire solo quando fosse scongiurata ogni irrequietezza atmosferica.
Il vecchio e i suoi vecchi, continuavano cos con molta saggezza a vivere sul mare, insensibili alla baia che davan loro i giovani pronti ad ogni rischio pur di sbrigarsi in fretta.
La Rosa Madre ai suoi bei tempi era stata un po sorella della SantErasmo. Partiva ogni tanto per la Sardegna e, invariabilmente, caricava formaggio, al punto che le sue stive, ancora dopo qualche anno di carichi tra i pi eterogenei, conservavano il caratteristico piccante del formaggio sardo, come se dal paramezzale alla coperta il legno ne fosse saturato.
Quando il nuovo padrone parlava della sua barca usava commiserarla come una creatura sfortunata:
Hai fatto la signorina da giovine ed ora devi sgobbare duro.
Ma non sgobbava poi tanto duro perch, sebbene dovesse portare con poche soste e interruzioni, carichi di barili pieni di acido o di minerali, o stiparsi di lavagne e di piastrelle, aveva avuto finalmente il sartiame rifatto, le vele nuove, la carena rappezzata e aspettava gi un motore il quale le avrebbe dato unaria snella e conferita una certa eleganza che ora davvero le mancava, essendo alquanto tozza, al punto da non obbedire con sollecitudine al timone, specie quando il vento era fioco.
Chi fa un giro attorno alla spiaggia o presso le calate ove le poppe dei velieri stanno quasi fissate con le doppie gomene, circa i nomi ha buona messe di osservazioni, scoprendo, pur attraverso alle apparenti bizzarrie, gentilezze e sentimenti imprevisti.
La Rosa Madre si chiam cos in omaggio allava del padrone. Esistono il Pietro Padre, lAnna Sorella, la Bianca Madrina. Si pu trovare persino il Merica, nomignolo del nonno che navigava con le feluche sulle coste del Sud-America abbandonandosi agli alisei. Quando in un naufragio il Merica col a picco, fu subito sostituito dal Sempre Merica, nome che basta da solo a denotare tutta la costante tenacia, quasi la caparbiet della razza ligure, per la quale ogni disavventura non  che un contrattempo momentaneo, non una ragione di arresto.
Sorpassate le paranze da pesca ed evitato il pericolo di investimenti, due marinai calarono a bassa prua, il padrone e un anziano nella camera. Rimasero in coperta il timoniere e il mozzo. Questultimo a prua si sporgeva a scrutare loscurit temendo sempre di trovarsi tra le reti e sentire i mugugni furiosi in coperta e al largo. Ogni mozzo conosce queste ore di veglia, angosciose quando sono le prime, per quellamor proprio dei fanciulli che vorrebbero subito essere esperti come gli adulti e sono i primi a non perdonarsi un fallo o una distrazione anche quando (rarissimo caso) viene generosamente taciuta o perdonata dagli altri.
Con la lunga pratica simpara poi a distinguere nel buio ogni forma, a percepire ogni suono, a intravvedere ogni ombra. Accade non di rado nei fanciulli che il sonno li colga cos, mentre col viso innanzi, piegati sulla murata troppo alta, si spenzolano a met reggendosi sul ventre per vedere; si scuotono solo per lo schiaffeggiar pi violento di qualche onda innanzi al tagliamare, impauriti e timorosi anche perch un rovescio di beccheggio avrebbe potuto ribaltarli in acqua.
A poppa il timoniere fuma. Ogni tanto d la voce alla guardia, ordina di tesare una cima per variare linclinazione della vela, interviene spesso per aiutare la manovra legando la barra, e la barca prosegue cos con lunico ausilio del vento.
Le cittadine della riviera, allavanzare della Rosa Madre presentavano maggior copia di lumi, e mentre altre si approssimavano, dietro sparivano le prime. Pi nessun addobbo di luci oltre le consuete lampade nellora ormai mattutina, non pi fuochi e farandole, ma una quiete opaca, un sopore pi greve della sonnolenza, anche perch le palpebre di chi contempla sono gravate ormai da un velo che si fa pi denso quanto pi lora avanza.
Spinta al largo, la Rosa Madre avanz oltre il capo di Portofino ancora lontano. Il timoniere indic al mozzo la lanterna di Genova che appariva e scompariva lasciando nellaria una scia luminosa, un riverbero fugace di dilucolo.
Avvenne il cambio poco dopo. Il timoniere e il mozzo, assonnati, si calarono a bassa prua un po infreddoliti, senza nemmeno sentire il tanfo del chiuso, godendone anzi il tepore. I due nuovi di turno si stiracchiarono per qualche minuto facendo versacci e starnutendo, considerarono il cammino fatto, poi uno si raggomitol al timone mentre laltro si accoccol a ridosso dellalbero per evitare un po la brezza fresca che lo colpiva.
Quando sorse lalba e fece impallidire e poi spegnere i lumi della costa, nessuno contempl quel silenzioso risveglio delle cose, troppo vecchio e consueto per meravigliare ancora.
Il timoniere osservando le nebbie leggere che salzavano a nascondere le colline, pronostic buon tempo.
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A rimorchio.
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Il venticello fresco di scirocco, che ci aveva sorretto tutta la notte, si affievol allalba e cess del tutto prima di mezzogiorno. Loscillazione ritmica della mazza, lo spostarsi della randa a intervalli con acuti scricchiolii di sartie e di cappii, accresceva quel tedio che prende in certe ore i marinai costretti dalla bonaccia allinerzia assoluta. Le onde lunghe, dal largo, erano le sole che imprimessero quel noioso rollo, senza il quale la goletta sarebbe stata completamente immobile.
Dietro era rimasto il promontorio di Portofino. Si avvistava lardito nido dei Doria incuneato in una fessura della scogliera, la Punta della Chiappa irta e protesa come un molo capriccioso, il paesetto di San Rocco con le sparse ville e, nella curva, a ridosso del promontorio, Camogli. Tutta la riviera sino a Genova ormai popolata quasi senza interruzioni, si poteva ammirare affacciandosi alla murata, e qualcuno indugiava a guardare le cittadine pi che altro per scoprirvi indizii di vita marinara, sebbene lungo quelle spiagge, tranne in pochi tratti, quasi non esista lelemento peschereccio.
Se non ci si rimedia, domani lo scarico non si fa di certo, disse il pi preoccupato, quello che non poteva sentirsi al dondolo pochi chilometri fuori del porto in attesa del vento, mentre sarebbe stato tanto bello infilar limboccatura e sgattaiolare subito a terra per ricomparire nelle ore piccole, magari saltando da un bordo allaltro.
Il pi immusonito era il padrone, figlio dellarmatore. Conservava per una certa tranquillit conoscendo il costume di suo padre, al quale la situazione della barca non poteva essere ignota. Guardava spesso il litorale appuntando lo sguardo sulla linea ferroviaria per rendersi conto del passaggio dei treni che provenivano dalla riviera di levante. Consultava lorologio e, tale e quale come fosse stato in piazza, domandava ora alluno ora allaltro a bruciapelo:
Quanti treni ci sono al mattino per Genova?
Linutile randa fu ammainata, e per non udire pi larrabatto dei pennoni furono bene assicurati tendendo anche le sartie. Con molta flemma il Moro stese la veletta sulla camera assicurandola alle estremit nelle bitte e reggendola al centro con unasta per consentire il passaggio senza curvarsi. Il fresche caratteristico di bordo fu cos approntato e tutti, anche quelli che non avrebbero mosso un dito per issarlo, trovarono modo di accomodarcisi sotto per sfuggire almeno alla calura.
Sotto questa tenda, che  il pergolato dei marinai, si svolge la vita di coperta nelle ore di calma e in quelle di sosta nei porti. Ciascuno pensa e dice ci che gli passa per la mente, e non  difficile che argomenti puerili o assurdi sinnestino senza apparente confusione a discussioni sui noli o sugli affari di traffico.
Sgabelli dogni foggia e panche di tavolati sistemate in ogni incastro, formano i sedili, e se le cose non vanno malissimo, ogni tanto compare il fiasco, ritto di solito tra i due bariletti dellacqua come fosse messo in fresco.
Che pensa tuo padre? Non ha visto che  calma bianca...?
Lo stesso impaziente ogni tanto aveva bisogno di uno sfogo e non potendosela prendere coi presenti, recriminava contro gli altri.
Il padrone rispondeva con borbottii e con occhiate severe, uscendo a volte con epiteti poco carezzevoli:
Sta zitto gattuccio; hai gi la fregola?, E aggiungeva per indispettirlo:, Vorrei restarci fino a domani, tanto c tempo.
Ma diceva cos a parole, perch dentro dentro era il pi desideroso di trovarsi alle Grazie, avviarsi alla Borsa Vecchia, confondersi con la folla degli spedizionieri e dei capitani, sentirsi spesso chiamare da qualcuno:, O Maurizietto, ebben...?, e parlare non solo del carico ma di tutte quelle complesse questioni armatorili del piccolo cabotaggio che lo interessavano non meno del padre, rendendogli piacevole la sua vita di uomo di mare. Si sarebbe cos intrattenuto del pi e del meno con quella gente daffari, sostando in piedi presso il banco di caffeucci ben noti, per offrire e accettare con cordialit.
Il pasto fu consumato allombra, quasi in silenzio. A mo di conclusione uno osserv:
Larietta di terra la sera non manca mai; sar un po noioso ormeggiarsi, ma a notte entreremo lo stesso.
Qualcuno si dispose a coricarsi senza scendere n a bassa prua n entro la camera. Nelle prime ore del pomeriggio la goletta era doppiamente quieta e immobile come una cosa inerte e abbandonata in un elemento afono, animato appena da lucentezze azzurre e da riverberi solari.
Col nervosismo di chi non  appagato, pur non avendo ragione di inquietudine, il padrone scrutava ogni tanto verso il porto. Uscivano navi e rimorchiatori, prendendo ognuno la propria rotta. Uno di questi ultimi gli parve ad un tratto che non si allontanasse. Veniva infatti verso levante tenendosi a terra. Losserv a lungo poi, con quellacume proprio di chi ha buone esperienze e quella lucidit di chi  uso fidarsi alle consuetudini e sa il fatto suo, sembrandogli di riconoscere quel rimorchiatore, si lasci sfuggire una esclamazione:
 Garaventa: mi pareva grossa che non venisse.
La frase accompagnata da un greve pugno battuto sul tavolo, svegli i dormenti e gli assopiti, che si levarono a guardare.
Hai ragione,  lui. Tuo padre le pensa sempre tutte.
Al ciarlone che si ritrattava non gett questa volta nemmeno lo sdegno di un: macacco; dispose subito per una buona sistemazione in coperta e prepar il pi robusto tonneggio.
Il rimorchiatore, come fu previsto, si diresse verso la goletta. Era lo stesso delle altre volte, poich ognuno ha le sue simpatie (magari di convenienza) e ogni barca le sue clientele per i bisogni del porto. Queste si mantengono senza tradimenti fino a che una ragione, quasi sempre di interesse, non le interrompe. Diventano un tacito impegno ad intervenire di preferenza a seconda dei bisogni e a servirsene esclusivamente per tutte le necessit.
Oh Maurizietto, potevate farmi telegrafare dopo la partenza; non avete previsto la bonaccia?
Non avevamo fretta, ecco tutto, tanto si scarica domani.
Passato il tonneggio al rimorchiatore, questo riprese la via del porto. La goletta, scossa dal primo strappo, segu docile la barca rumorosa che le apriva innanzi un valloncello nel quale cacciava la prua spumeggiando. Sfilarono velocemente altre cittadine della riviera, comparve il verde dei parchi di Nervi e presto Vernazzola, Boccadasse peschereccia e San Giuliano.
Allimboccatura del porto vi fu lalt. Ben tre barche si fecero incontro alla goletta, ognuna tentando raggiungerla e accostarsi in diversa maniera. Dalla prima salirono i finanzieri; si affacciarono ai boccaporti, controllarono le bollette di carico e scesero quasi subito. La milizia portuaria fu ancora pi spiccia; esamin i libretti di navigazione corrispondenti ai marinai e discese. La terza barca, un po pi lontana, arrancava per arrivare prima che la goletta riprendesse il via. Su di essa, in piedi nel centro, come solo sanno starvi i piloti lungamente provati a tutte le danze marine, vi era Maurizio, il padre del capitano, quello che era giunto come la Provvidenza per ordinare al rimorchiatore di recarsi incontro alla goletta.
Salito a bordo un po ansante come se lui avesse, oltre che incitato il vogatore, sospinti i remi della lancia, si sistem subito sulla panca del timone presso il figlio.
Con una strappata siete giunti. Aspettare laria di terra poteva costringervi a lavorare tutta la notte.  meglio essere freschi per domani. Visto che il vento era sparito ho preso il treno e sono venuto a Genova. Vi ho avvistati al di l di Recco e ho capito che ci sarebbe voluta tutta la notte.
Ripreso il rimorchio, lentissimo, la goletta sorpass il porticciolo delle barche da diporto, il cantiere allestimenti, lormeggio dei velieri e si port presso la capitaneria sistemandosi provvisoriamente vicino ai vinacceri prima di passare in darsena.
La manovra di ormeggio non fu facile n breve, con tutto quel groviglio di gomene incrociate in ogni senso per raggiungere le bitte. Bordo contro bordo erano gi altre cinque barche, linde, attillate, in sosta da pi giorni perch, in attesa della vendita, fungevano da cantine.
Il mozzo fu mandato subito per lacqua fresca alla prima fontana e mentre il cuoco preparava la cena, il marinaio impaziente trov modo di condurre a terra Maurizietto per le pratiche necessarie, riuscendo a svignarsela. La figura pi interessante rimasta a bordo fu Maurizio. Seduto sul pancaccio, nel centro, come un patrono, ordinando a gesti, a grugniti, a parole convenzionali di un sapore personalissimo, disponeva tutto in ordine perfetto e preparava ogni cosa perch nulla intralciasse il lavoro. Figura gigantesca rispetto alle altre, pur nella sua mai smentita bonariet, incuteva soggezione, quasi timore.
Giunto il mozzo con lacqua fresca si alz respingendo i servigi degli altri. Risciacqu il grosso purone, lo ammezz dacqua e fin poi di riempirlo di vino, gesto che sbalord un novizio il quale lo riteneva un solenne beone, odiatore di ogni compromesso in fatto di liquidi. Con lavidit dellarsura lungamente contenuta,, bevve a garganella a lunghissimi sorsi, esaurendo in pochi minuti tutto il contenuto.
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In porto.
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Effettuato lormeggio, in porto, conoscendo le uscite delle barriere, i posti di rifornimento, gli uffici e i recapiti, si riesce a vivere con una certa tranquillit. Il navigante, in generale, non ama molto i porti.  difficile determinare con esattezza questa antipatia ed elencare le cause che la producono perch, su ogni categoria di nave, variano e sono diverse anche secondo le mansioni. In generale le preoccupazioni e il lavoro sono maggiori. Il disagio deriva spesso dalla rottura dei turni regolari, per cui si deve sempre essere in attivit anche quando si vorrebbe scappare a terra e svignarsela magari a casa.
C per chi non se ne preoccupa di questo. I giovani trovano il mezzo di andarsene sempre, i pi esperti di scansar fatiche, gli iniziati di spostarle, magari accrescendo i doveri dei sottomessi, sicch si riversano su pochi. Allinfuori di tali motivi per altri ve ne sono strettamente inerenti alla psicologia del navigante, il quale, suo malgrado, conserva un fondo di nostalgia per limmensit azzurra e un residuo, a lui stesso ignoto, di passione vagabonda.
Non si pu pensare che cos quando si sentono vecchi dire:
Si respira bene soltanto fuori dello stretto. Questo Mediterraneo  proprio un piccolo lago.
Pu sembrare unimmagine rettorica, perch, naturalmente, con lo stretto si allude a Gibilterra; ma chi bazzica invece proprio soltanto nel Mediterraneo, a una giornata da Siracusa, verso lOriente, guardando appagato dalla sua bitta ove si gode il riposo serale, il sole che cala senza illuminare nessuna terra, dir con una certa compiacenza:
Ecco il piccolo oceano, la terra qui  a cinquemila metri sotto di noi.
Questa passione esiste veramente; e la troviamo tanto in chi, dopo lunghi anni, cessando di navigare si costruisce la casetta in un bosco di pinastri sopra le scogliere, quanto negli altri, meno fortunati, che resteranno nelle bettole del porto, attaccandosi ai panni di chi continua, quasi volessero aspirare lasprezza dellaria oceanica dalle loro parole.
Il grande porto  veramente, anche per gli estranei, una fucina mostruosa, immagine dei giganteschi appetiti umani, dellimmensa capacit divoratrice degli uomini, delle incredibili necessit dogni giorno.  la sintesi dei bisogni di un popolo. Esso ci d in cifre la sua forza non solo produttrice, ma distruttrice. I bisogni elementari, le piccole voglie hanno qui il computo gigantesco per tutta la razza in cifre imponenti. Quei nonnulla dei quali quasi non ci si avvede, al lume della somma globale divengono entit smisurate.
La capacit individuale comparata alla totale attivit di un grande porto, ammonisce pi di qualsiasi lezione di economia e meglio di un corso di tale scienza vale lesame attento di certe statistiche.
Allinfuori dei dati e delle misure,  la molteplicit delle cose che si compiono che trasferisce la nostra pallida immaginazione individuale in zone diverse di osservazione, ove non saremmo trasportati da nessun altro spettacolo. Dai mulinelli dei montacarichi in moto alle torme degli scaricatori, dai chiattaioli silenziosi ai giornalieri affaccendati, dal barcaiolo allultimo topo di stiva, tutto  oculato lavoro e non v posto per i curiosi e per i platonici, ai quali solo  riservato losservatorio aereo della lanterna, dallalto della quale quellumano brulicho pu apparire, in una visione ben ristretta, un formicaio in faccende per le previdenti provviste di stagione.
Nei depositi, chi ha osato affacciare lo sguardo, abbracciando in un attimo il complesso di ci che stipano? Un sacco di granaglie, abbandonato per qualche scarto dei vagoncini in uno spiazzo tra i silo, offrendo il varco ai chicchi da un grosso squarcio della juta, un giorno fu vuotato in pochi minuti da uno stormo di colombi adunatosi in un attimo, per un prodigio, in quel piazzale deserto.
Quale furiosa voracit in quelle timide bestiole! Affannate, quasi sapessero di compiere un furto, erano piombate sul sacco, il primo stormo subito seguto da altri e altri, richiamati certo dal volare frettoloso e preciso dei primi. Sarebbe bastato forse un urlo, una sassata a scompigliarli, ma nessuno avrebbe osato interrompere quellebriet divoratrice tanto essa compendiava unidea che in quel luogo  sovrana.
La fuga dei vagoni, degli interminabili treni, che intrecciano i loro binari ovunque, sulle gettate, sui moli, nei silo,  un po alla lontana la macina che frantuma questa massa di materiali eterogenei, la decompone, la distribuisce, la rende assimilabile. Ogni arrivo, ogni partenza, nei segnali convenuti, si trasforma in altra sostanza di integrazione alla mole definitiva, aggiunta o detratta con una frase meccanica, adeguata alla materia.
Eppure nessun simbolo, nelle immagini elementari e comuni, ha potuto ancora sostituirsi al porto per indicare raggiungimento di un punto di tranquillit, uscita dai mali a buon fine, mta di arresto. Figura falsa come gran parte di quelle che ci vengono offerte facilmente dalla rettorica dogni giorno e che per ozio mentale non sappiamo bandire dal dizionario giornaliero, che ha soltanto, per chi conosce il porto, un significato convenzionale, lontano dalladesione alla realt.
 mai possibile supporre un arrivo senza prevedere la partenza?  vero, una flotta inerte, rugginosa, talvolta staziona nei porti: sono le navi in disarmo. Tra esse, molte, gi condannate per lanzianit, per il cattivo attrezzamento o per lo scarso rendimento degli apparati motori, in proporzione delle nuove costruzioni, attendono la fiamma ossidrica e il maglio demolitore. Ma queste, che davvero sono giunte in porto, definitivamente, e pi non partiranno, come sono tristi, come appaiono, nel loro ingiusto destino, creature degne di compianto!
Aggirarsi tra esse  assai pi malinconico che trovarsi in un cimitero. Si pu salire su ognuna indisturbati, circolare sulla coperta, penetrare negli alloggiamenti, calarsi nei budelli. Nessuno! Vi  silenzio, abbandono, muffa e deperimento. Nella saletta giacciono vecchie carte nautiche umide e ingiallite. Rimuovendole fuggono a precipizio torme di scarafaggi di bordo, gli inquilini ormai indisturbati che non amano la terra e sintrufolano ovunque amareggiando la vita e il riposo dei naviganti.
Su alcune si trova qualche custode: sono, ordinariamente, vecchi marinai che le vigilano come creature malate e inerti, donando ad esse le ultime amorose cure. Continuano a rimanervi sin quando, gi sventrate e deformate, riescono a trasferire nellultima cuccetta in piedi il loro giaciglio, come avessero pena di abbandonarle. Queste sono le navi giunte in porto: non certo, come vediamo, le pi felici, se giungere vuol dire arrestarsi e arrestarsi morire.
Sembra un porto di mare!
Cos esclamano invece stupiti gli uomini del continente presi dalla febbre dellattivismo, quando un cantiere, una stazione ferroviaria, o una citt, nel complesso dei suoi lavori suggestiona la loro fantasia; e infatti non differisce che nella materia, questa operosit incessante.
Tentare una definizione del porto  arduo. Esso, in termini semplicisti,  la citt delle navi, e come questa raccoglie le cose pi perfette e la quintessenza di quelle corrotte e impure, senza possibilit di selezione; cos esso agglomera il prodotto delle migliori energie e delle pi false attivit. Chi ci vive partecipa di questa mostruosa miscellanea; transige a volte con lonest e col vizio, accoglie ed apprezza insieme al prodotto della sana fatica i proventi dei contrabbandi illeciti.
 forse un po per questa anima equivoca che lodio del marinaio per il porto  sensibile. Esso  pirata o galantuomo. Sente lonest a suo modo, ma ne ha una. Laria aperta in cui vive non consente fermenti e connubi nella sua anima, che conserva quel tanto di primitivo che la immunizza dai contagi malefici.
I transatlantici creeranno essi domani una definizione del porto mutandone la funzione e laspetto. Appariranno parassiti tutti gli altri minuscoli galleggianti incrostati alle banchine grigie; gi li sdegnano, gi li sorpassano alteramente torreggiando dai moli che sopravvanzano dove sogliono accostare appena la poppa.
La folla che scende e che sale non sa nulla del porto. Alla partenza qualcuno punta il binoccolo sulle alture della citt, d uno sguardo distratto alla folla dei pigmei ormeggiati in basso, senza ben capire la loro funzione, e se ne distrae appena fuori. Allarrivo segue incuriosita la manovra dei rimorchiatori, un po sorpresa di vedere un gigante, tenuto al guinzaglio da un gnomo e da questo trascinato; chiede qualche particolare al primo lindo sguattero di passaggio nella corsa, e appena attraccata la nave, scende senza nemmeno avvedersi che si lascia dietro una selva di pennoni e di caminiere, tutta presa dalla fretta di salire in auto.
Sarei tentato di chiedere a Maurizio, che ha finito di ingollare la cena inaffiandola abbondantemente col purone, un pensiero sul porto, ma potrebbe apparire audace non tanto la domanda, quanto il gesto di rivolgerla da mozzo ad armatore... Egli non sembra affatto preoccupato del problema. Domani si scaricher la goletta, e forse ha gi impegni per tre viaggi consecutivi: ci lo tranquillizza molto; in questo tempo avverr dellaltro. Certo con tali pensieri e la certezza dei suoi noli assicurati, si dispone a scendere nella camera, dando la buona notte al capitano del brigantino di fianco, col quale ha incrociato gli ormeggi.
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In darsena.
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Attraccati presso gli altri velieri della stessa categoria, quando si giunge in porto si fa presto a familiarizzare. Se qualcuno degli equipaggi deve scendere e avviarsi in citt, passa la voce da una barca allaltra:
Vi manca niente, padrone?...
Di solito nessuno profitta, ma il buon costume prevale sempre.
Se restare a bordo di sera, quando si  in porto,  alquanto noioso, perch si  gi fin troppo sedentari in navigazione, nondimeno, avendone desiderio, si pu nelle ore tarde cogliere qualche aspetto tipico della vita che ci circonda e imparare a conoscere e comprendere sempre meglio questo lupanare marino, centro di tutte le cupidigie e di tutte le frodi, ove il contrabbando  spesso una ragione di vita e ladulterazione delle merci talvolta una necessit.
Presso di noi, proprio sotto la poppa, mentre il tramonto allungava le ombre delle navi nellacqua calma, si attracc un chiattone carico di bordolesi, piccole botti oblunghe. Da un brigantino fu passato il tubo e con una pompa a ruota si cominci a travasare il vino. Ogni tanto la manovra veniva sospesa, e attraverso lenorme imbuto a secchio conficcato nellapertura, alcuni buglioli di un liquido... assai comune passavano a ricolmare del tutto il recipiente. Con meticolosit loperatore silenzioso calava di tanto in tanto un provino nella miscela, e se la gradazione era inferiore al previsto, forse aggiungeva alcole.
Speriamo almeno che sia pulita, eh... maestro!
Non c pericolo,  potabile; bisognerebbe proprio essere disonesti a servirsi di quella del porto.
Meno male...
Dialoghi confidenziali di questo genere si possono svolgere da un bordo allaltro e nessuno se ne adonta.  seccante per chi naviga per pensare che gran parte di quelle manipolazioni le deve consumare proprio lui, in quanto si fanno appunto alla vigilia delle partenze per le forniture di viaggio.
Se la stagione lo consente, quando cala la notte, quasi tutto lequipaggio porta i pagliericci in coperta e si corica sotto il velario che ha servito durante il giorno per il sole, onde evitare un po la guazza notturna. Il silenzio  a volte perfetto. Solo a tratti, ma raramente, il passaggio lento di qualche barca che scivola silenziosa desta fruscii acquei e leggeri sciabordii.
La sveglia  data in cento modi. Ha preludi allalbeggiare e si intensifica fino a giorno fatto. Profittando dellinerzia nella quale i velieri, non sempre sottoposti a lavoro affrettato, possono vivere, si pu di buon mattino scalare gli alberi e accoccolarsi nella coffa per godere il risveglio.
Genova dorme ancora. Da Carignano, tra i campanili e le cupole, il chiarore si diffonde sempre pi intensamente. Zone di nebbie cineree lentamente si sfaldano, si diradano, dileguano, lasciando piena visibilit allo sguardo. Molte caminiere di piroscafi fumano, e gi i rimorchiatori mattinieri si affrettano, sparendo tra le alte murate dei bastimenti e riapparendo prodigiosamente pi in l, liberi di trovarsi la strada in piccole valli liquide, tra uno scafo e laltro.
Qualche nave parte dando laddio; savvia lenta alluscita con andatura maestosa, tenendosi nella zona sgombra. Straniera o italiana che sia, pi di un obl incornicia visi di marinai che anche solo con lo sguardo salutano. Altre arrivano con aria spavalda e pare che col loro rauco richiamo urlino la fretta di avere il proprio posto.
Presso di noi la nave dei garaventini si addobba di pavesi varii, bianchi e grigi. I piccoli marinaretti della nave-asilo, che la sera prima hanno fatto persino furiose cazzottate, magari a tre, costringendo qualche ufficiale ad intervenire, che hanno giocato fino a buio esigendo che i perdenti portassero i vincitori in groppa per la doppia lunghezza della nave, scalette comprese, sono gi alzati e provvedono a pulire la biancheria: tutti quei pavesi svolazzanti sono maglie e mutande.
Quando a bordo, nella piccola cucina il caff  gi pronto, bisogna dar bando alle fantasticherie, scendere alla realt di ogni giorno, ed essere pronti alle nuove esigenze.
Si deve passare in darsena per effettuare lo scarico della goletta e occorre prepararci allo spostamento. Sulla nostra barca si sono dati convegno tutti i gatti del vicinato. Chiss per quale richiamo: se per lodore di formaggio sardo ancora vivo in certe parti della vecchia stiva o perch essendo noi gli ultimi arrivati, avevano curiosit di esplorare una nuova nave?
Il nostro micio, sempre indifferente, dopo avere soffiato o ruzzato un po coi visitatori, si  appartato sul coperchio della camera come per tener docchio cambusa e cucina e, sonnacchioso e sornione, ha lasciato fare. La curiosit dei gatti non mi pare facile ad appagarsi, perch dopo brevi sparizioni allora dei proprii pasti ricompaiono avendo eletto la nostra coperta a quartier generale dei loro convegni. Nessun marinaio li molesta; i loro antagonisti sono cos odiosi e importuni, che essi godono per questo ampie simpatie e assoluta immunit.
Appena arriva il rimorchiatore e il tonneggio  gi buttato, non posso a meno di godermi la scena. Certo almeno mezza dozzina di felini rimarr a bordo. Devo distrarmi un momento, avendo lordine di far passare un cavo, ma prima che la barca subisca un millimetro di spostamento, per un istinto... marinaro acquistato dalla razza, la goletta  spopolata e ogni gatto ha raggiunto a salti la propria sede. Questo  per me uno dei maggiori prodigi di intuizione, se vogliamo, dintelligenza.
Dal gruppo dei velieri alla darsena lo spazio  breve. A sentir parlare di questo luogo dai genovesi (la maggior parte dei quali non lha mai visitato), c da impressionarsi sulle sue proporzioni, perch se  il luogo pi sicuro del porto, essi non intendono certo che sia un deposito di ferrivecchi, di navi in riparazione o in ozio, come spiegano, di solito, anche certi dizionari. Parlano della darsena come di una immensa bocca di traffico, come di una prodigiosa fucina di scambi. Dicono: in darsena, facendo echeggiare talmente le sillabe, allungandone i suoni e indugiandovisi con la pronuncia larga, che si pensa ad essa davvero come allespressione massima dellattivit marinara.
Vi giungemmo a passo di zattera, e la prima brutta impressione fu causata dallacqua stagnante, non semplicemente torbida, ma ingombra dei pi eterogenei galleggianti in molle tra le oleosit della superficie.
Eppure quella era la famosa darsena. Tre piroscafi; due dei quali di modesto tonnellaggio, la stipavano, non lasciando il passo a nessun altro. Ci volle del buono per poterci schiacciare tra loro e trovar posto sotto largano di quello che doveva ricevere il nostro carico.
Prima dellinizio del lavoro la darsena pareva tanto pi insufficiente; si aveva limpressione che cominciato il movimento dei montacarichi che soprastanno ai magazzini, tutto dovesse essere confusione e arresto per insufficienza di spazio, sembrando impossibili le manovre delle gru e dei loro lunghi bracci calanti i cavi nelle stive, per pescarvi o riporvi le merci.
Come pu impressionarci la capacit dei depositi: sessanta o pi mila tonnellate, quando una sola nave ha ora tale possibilit, sia pure teorica? I mulinelli delle gru, le pi perfette, in questa ridda di innovazioni meccaniche appaiono azioni alternate di giocattoli, ma non di meno ci si accorge presto che la darsena  sempre quella, degna ancora della sua funzione e, dopo un solo giorno di sosta in essa, ci appare giustificato lorgoglio di chi la cita come lorganismo pi tipicamente portuale.
Appena si aprono i boccaporti per scoprire i pozzi delle stive, le antenne radio delle navi vengono ammainate e tutto ci che sopravanza e potrebbe ostacolare il lavoro, in pochi minuti si snoda e si abbassa al livello minimo. Pochi cenni del gruista, altri degli imballatori, brevi mosse sobrie e misurate di chi sorveglia e dirige, bastano a dare regolarit al lavoro che, appena sinizia, subito raggiunge unintensit prodigiosa. Cataste di casse ben impigliate nei cappii salgono, scendono, volteggiano in aria con una regolarit imprevedibile. Sacchi, balle dogni mercanzia, piramidi di latte: nel cielo della darsena  tutto un incrociarsi esatto di cavi dacciaio scorrenti quasi silenziosamente, di pulegge in moto su pertiche dacciaio rigide, slanciate sopra i boccaporti.
ln mezzo a quel lavoro oculato, severo, senza il trambusto previsto e il groviglio confuso che si temeva, la goletta, unica rappresentante della vecchia marineria che non conosce se non gli scaricatori manuali, pi modesti degli affaccendati caravana, appariva un po a disagio.
Dalla murata del piroscafo si sporse largano e iniziammo anche noi il nostro lavoro, partecipando istintivamente della fretta meccanica che gli ordigni in moto comunicavano. Avevamo delle botticelle, facili ad essere imbrigliate, e smuovendole per portarle allimboccatura le rotolavamo facendo leva a forza di braccia.
Il piroscafo inglese che riceveva il carico da tre altre parti, riusciva ad assommare insieme le varie mercanzie e a stiparle nelle capaci stive senza ombra di disagio. Soltanto i nostri barili, che giungevano dal basso, quantit trascurabile in proporzione di ci che riceveva, si accatastavano sulla coperta per essere poi, in un breve colpo di mano finale, calati al loro posto nellultima ora, prima della sospensione del lavoro.
Dalla prua, appeso ad una tavoletta simile alle altalene dei ragazzi, un marinaio si calava lentamente lungo la parete verticale dello scafo, con un semplice sistema di funi e di carrucole manovrate da lui stesso, sino a fior dacqua, per rinnovare i numeri che segnano limmersione, armato di un barattolino di minio e di un piccolo pennello. Osservando attentamente labbassarsi di quelle linee rinfrescate e di quei numeri, si sarebbe potuta seguire lentit del lavoro. Sommerse alcune cifre, ben note agli interessati, la nave ormai carica sarebbe ripartita.
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Mozzi in porto.
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Il marinaio, che dedica in navigazione tutte le sue cure alla barca con accurati lavaggi di coperta al mattino e scrupolosa pulizia in ogni cantuccio, trascura spesso se stesso. Sui velieri, per fare economia di acqua dolce, temendo si esauriscano la piccola cisterna e i due bariletti di scorta, si  costretti, frequentemente, a lavarsi il viso con quella marina, che lascia sopra la pelle un che di oleoso e serve male al bisogno. Quando per giunge in porto si rif della privazione, perch se deve scendere a terra vuole azzimarsi a dovere, e per prima cura, appena rasato, si striglia sguazzando senza economia.
Poveri mozzi allora! Va benissimo se la pompa  sulla calata e le fontanelle poco lontane, ma se si  attraccati al largo, nel branco dei navigli, e si deve lavorar di lancia per districarsi e andare alle bocche lontane, la faccenda si complica.
In certi piccoli porti, privi dogni comodit, i mozzi dei velieri devono sfibrarsi in questo lavoro: raggiungere la riva con le pesanti lancie, assicurarle alla meglio, correre in paese coi barili, tornare schiacciati sotto il loro peso non  lieve fatica; e questa  sempre lultima della giornata, dopo quelle di bordo, fatta quando abbuia, sotto lingiunzione dei marinai che non ammettono ritardi e non risparmiano mugugni.
Provvista la lancia dei barili di scorta vuotati nei recipienti vari duso giornaliero, il secondo giorno dopo larrivo in porto ci recammo in due a far provvista. Adocchiata non lungi dalla Capitaneria una bocchetta alla quale succhiava un rimorchiatore provvisto di un lungo tubo, puntammo su quella.
Ce la passate la manichetta, padrone, quando avete finito?
Eh, altro...! preparate i barili.
La risposta esauriente ci tranquillizz; non sarebbe stato necessario cercare oltre e ci sarebbe stato facilissimo compiere il lavoro grazie al tubo.
Pronti eh... guardate che ha un getto abbondante.
Il fuochista del rimorchiatore, dopo quellavvertimento, gir senzaltro il tubo su di noi, e il primo inconveniente fu che ci tocc una doccia a getto irruente, non essendo possibile frenarla e maneggiare il tubo altrimenti. La bocchetta dellacqua, sulla calata, aperta del tutto, eruttava la sua cateratta, sicch era impossibile regolare la riempitura. Per colmo di dispetto i buchi dei barili erano piccolissimi e quello laterale, che avrebbe facilitato limmissione scaricando laria, aveva il tappo talmente schiacciato che non era possibile estrarlo nemmeno coi denti.
Persuaso di averci fatto un immenso regalo il fuochista sera calato da basso nel suo rimorchiatore, senza aiutarci a trarci dimpaccio. Lenorme bocca gettava cinquanta volte pi di quanto non occorresse per le nostre botticine che non erano delle caldaie, e noi fradici si diguazzava tra i paglioli che galleggiavano su quella fresca e pulita innondazione.
Quando dal borbottare ci accorgevamo che lacqua era a buon punto del barile, spostavamo subito leruzione cacciandola sullapertura dellaltro finch, convinto che ci fossimo serviti a sufficienza, il donatore chiuse la fontana e risal a ritirare la tubatura.
Visto che galleggiavamo, abituato certamente a quelle scene, disse con molta naturalezza:
Quella vi servir per lavarvi, che voialtri ne avete sempre bisogno. La potrete raccogliere nella baia di bordo; per quelluso va benissimo.
Non aveva tutti i torti, ma quando si giunse con la lancia riempita a met e i barili mezzi vuoti, laccoglienza fu molto allegra, specialmente per il nostro aspetto di annegati.
Quando qualche personaggio autorevole: il padrone, il nostromo o qualcuno degli anziani va in combutta, condurvelo con la lancia  quanto mai piacevole. Esistono in porto ritrovi galleggianti che, senza essere n bettole n caff e senza offrire grandi agi, consentono per di trascorrere ore liete, scambiando quelle notizie di cui il marinaio  avidissimo: ogni particolare diviene poi tema di ampio sviluppo nelle lunghe ore del sedentarismo forzato.
Taluni convegni offrono possibilit di informazioni addirittura preziose. Si potrebbe, in base a quelle, compilare un bollettino giornaliero di tutte le attivit segrete del porto, taciute, se non ignorate, sia dalle autorit che dagli enti. Ragguagli intorno alle societ, indiscrezioni sul loro andamento, previsioni per lavvenire; nulla si ignora n si trascura n sfugge.  verissimo che spesso non si tratta che di pure fantasie e di ardite supposizioni, ma nondimeno, molto spesso, i segnalatori accorti azzeccano giusto e le loro parole vengono non di rado avvalorate dai fatti, per cui non possono sempre ritenersi pure coincidenze.
 il sesto senso dei portuari che si sviluppa e si acuisce quasi per atavismo.
Dei centri ove si ritrovano, oggi luno domani laltro, e dove un po tutti presiedono, notevole  quello dei chiattaioli e laltro dei rimorchiatori.
Il padrone vi si reca col pretesto di farne assaggiare un bicchiere di quello dellIsola, autentico e genuino per gli amici, o per altro piacevole motivo, e trova modo di saper quanto gli occorre meglio e pi facilmente che a una agenzia. La caldaia sempre in pressione, stando sotto vento, infastidisce con i suoi aliti afosi, ma un po discosto, sotto la tenda che offre una deliziosa frescura, si pu trovar posto sugli improvvisati sgabelli o in bilico sulla battagliola, e, masticando il sigaro e inumidendosi le labbra, ragionare.
Mi hanno detto che nella stiva di quel vapore l in faccia c da fare un carico di legname.
 giunto con dei barili di asfalto. Sono tavole che servivano tra uno strato e laltro. Sono in buon stato.
Le avete viste voi?
No, ma me lha detto Gaitan, il topo di stiva. Anzi, per suo conto c un residuo di due sacchi di grano e qualcosaltro. Se le prendete voi potete arrangiarvi con lui,  un galantuomo; tanto devono ripulire tutto perch ripartono vacanti.
Il padrone sa gi quello che deve fare; e non far il viaggio di ritorno vacante, lui. Quelle tavole poi, se saranno utilizzabili, sapr a chi cederle, e quando ritorna lieto fa persino delle confidenze al mozzo, che durante la conversazione ha trovato il modo di esplorare tutto il reparto. Tra i marinai ce n sempre qualcuno che ha un parente sopra una nave.
E arrivato il Priarossa e c mio cugino in cucina; bisogna che vada a portargli un po di biancheria, tanto devo sapere sue notizie. Prepara la lancia con la lanterna perch torneremo tardi.
Il mozzo non  mai spiacente in simili circostanze. Si parte alla ricerca del Priarossa, si arriva sotto la biscaglina e ci si arrampica allegramente in coperta giustificandosi e qualificandosi subito col primo marinaio. La lancia se ne rimane silenziosa a ruzzare bonariamente contro il fasciame.
Vengono in tavola certe parti di nasello con intingoli particolari, certe pietanze inusitate, da comandante, dolci, frutta, tutta un provvista succolenta di cibi che paion non consumati apposta per destinarli agli ospiti attesi, i quali, con scarsi complimenti e rare proteste, parlando dei proprii interessi, divorano santamente. Sbucano anche delle sigarette speciali, dei frutti esotici, delle chincaglierie curiose. La visita si protrae; tanto a bordo non c quasi pi nessuno, dato che la maggior parte dei naviganti ha profittato dellarrivo per andare a casa.
Si cammina adagio su e gi lungo la passeggiata senza ammirare le luminare dei piroscafi, finch, con effusioni di saluti, si riparte avendo cura di accendere la lanterna posata sulla poppa per evitare la multa.
Muovendoci da un punto allaltro, a rimorchio, per portarci a rifare il carico sotto un piroscafo, ancorato un po lungi, dopo aver sbarcata la prima mercanzia, ci accadde un giorno di incontrarci con un conoscente che avrebbe dovuto profittare del passaggio presso la sua barca per accostarsi a noi e calare nella nostra lancia a rimorchio, due latte di biacca, uscite da chiss quale combinazione clandestina.
Procedevamo lentissimi, perch  tuttaltro che facile spostarsi in porto tra la ressa delle navi, tirandoci dietro la lancia con un lungo tonneggio. Il canotto, che doveva raggiungerci e depositare nella barchetta le due famose latte, si avvicinava e la manovra appariva facilissima n poteva destar sospetti. A un dato momento un marinaio sent la necessit di perfezionare limpresa calandosi nella lancia per ricevere il contrabbando. La tir quasi sotto la poppa poi, affrettatamente, senza darmi tempo di agguantarlo, mi consegn il tonneggio dicendomi di tenerlo teso perch potesse calarsi.
Era un cavo derba, di quella tale lisca che cresce sul promontorio di Portofino e viene messa a macerare ed  attortigliata a San Fruttuoso, e che insieme con la meravigliosa resistenza per cui  pregiata dai pescatori ha la propriet particolare di scorticare le mani, perch conserva un po la ruvidezza tagliente che le deriva dal suo accestire nella puddinga.
Puntato solidamente coi piedi, mimpegnai con tutte le forze per reggere quello che si calava. Lo sforzo non era indifferente perch, al peso del marinaio, bisognava aggiungere lo sballottamento, il rimorchio e lo sforzo di arresto, quando il canotto fosse giunto a contatto con la lancia attaccandovisi. Aspettavo dattimo in attimo di sentire allentare il peso, quando il padrone che seguiva la manovra guardando in basso, da dietro alle mie spalle, avendo visto il marinaio con le latte sospese in atto di buttarle sul pagliolo, grid, ad incitarlo perch saffrettasse:
Molla, molla...
Siccome non ne potevo pi, ed ero proprio sfinito, mollai. Figurarsi lo scompiglio, perch purtroppo non ero io che dovevo mollare, e ci facendo tuffai nella brodiglia di fuori darsena il marinaio ancora appeso al tonneggio, mentre annaspava coi piedi per afferrarsi alla lancia, rischiando di compromettere limpresa, con le conseguenze prevedibili.
...
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Mugugni.
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Eravamo appena attraccati sotto una nave mercantile, mentre ancora si dovevano fare le trattative per caricare residui di legname giacenti nel fondo della sua stiva, quando, saputo della nostra permanenza in porto oltre il consueto, la nostra coperta divenne la piazza del villaggio di tutti i compaesani imbarcati sulle varie navi.
Il nostro carico di sabbia non c verso di poterlo vendere...
Macch sabbia,  ghiaione il vostro; certamente come sabbia non lo venderete mai pi.
Ne han venduto di peggio, sta certo...
Gli zavorrai si querelavano lagnandosi incessantemente.
Giunse un marinaio che molti riconobbero prima che salisse.
Eccolo qua, non si pu fare un viaggio senza averlo a bordo.
Dopo i convenevoli, freddi assai, il malcapitato cominci le sue lamentele:
A bordo non si pu proprio pi andare avanti; e pazienza per il resto, ma non ci dnno nemmeno abbastanza da mangiare.
Per concludere, riusc a invitarsi e a trangugiare avidamente due considerevoli fondine di minestrone, e non ripart se non quando fu calato lo sportello della cucina.
Metteva conto di esplorare lalta nave che ci soprastava cos che lalbero non arrivava allaltezza della coperta. Il lungo barcarizzo sempre ammainato consentiva facile passaggio, e a bordo nessuno osserva un marinaio che gironzola con laria tra annoiata e incuriosita.
Affacciarsi sulle stive di queste enormi carrette quando esse sono vuote, vuol dire farsi cogliere da vertigini, e ne sanno qualche cosa i giornalieri. Gli operai che si aggirano sul fondo, parlando e rimovendo tavolati, generano rumori che risuonano ampiamente deformandosi in ununica eco gutturale. Ci si pu calare dalla scaletta interna con agilit da ginnasti, aggirarsi nei passaggi laterali, scendere sino al basso da dove lapertura del pozzo appare angusta e quasi buia, e sempre ci accompagna una sensazione di vertigine, specie quando la nave  sgombra del tutto e non rimangono che insignificanti residui del carico, vera spazzatura, che soltanto certi topi di stiva specializzati sanno degnamente apprezzare.
I guardiani di quelle carrette sono quasi sempre vecchi naviganti che hanno saputo acquistarsi la piena fiducia degli armatori, e non potendo pi essere utilizzati proficuamente in navigazione, vengono trattenuti nei depositi, nei magazzini e mandati a bordo allarrivo delle navi per quei lavori supplementari che essi solo sanno compiere alla perfezione. Sono loro che vigilano ovunque, che vedono tutto e scorgono ogni particolarit rilevandola e denunciandola. Impareggiabili nel rassettare le stive, sono gli unici che riescono a metterle in grado di ricevere qualunque carico. Conoscono i pi segreti buchi della sentina, esplorano minuziosamente nei bassifondi, frugano in tutti i gavoni. Come tutti gli anziani, i quali presumono di saper fare meglio degli altri ogni cosa, soltanto perch lhanno fatta per lunghi anni, non accettano consigli, n ammettono che altri possa loro insegnare.
A tarda sera si cal tra noi Gaitan per venire a passare in pace unora. Era visibilmente rabbuiato come dovesse sfogare qualche incontenibile rancore. Parl del paese ma distrattamente; sintrattenne su alcune questioni circa la possibilit per noi di ottenere presto il permesso di sbarazzare la nave dei residui di legname, permesso che la dogana tardava a rilasciare, ma ci che gli premeva era ben altra cosa, che sentiva la necessit di dire non potendosela pi tenere, e che sciorin appena gli si offerse loccasione:
C in porto anche la nave di Michele, aveva detto distrattamente il padrone, viene da Malaga.
Sai che ha un figlio imbarcato su questa carretta?
So che  primo ufficiale, ma non sapevo dove.
 un accidente, sai, te lo dico io. Primo ufficiale, capisci? e perci bisogna ubbidirgli. A dargliene molti, avr ventanni.
Largomento non avrebbe interessato gli altri ascoltatori, ma il vecchio topo di stiva aveva necessit di indugiare su quello.
Tu sai che gli armatori hanno in noi piena fiducia. Siamo noi i primi a salire, a prendere in consegna 1a nave, a curarci della sua sistemazione. Questo ragazzo appena giunti ci ha chiamati arrogantemente disponendo lui ogni cosa. Ebbe il fegato di farmi osservare che gli imbuti sulle gomene, perch i topi non salgano a bordo, non erano ben messi, e strisciando si  sporto ad aggiustarli lui. Nessuno ha potuto fiatare.
Il povero vecchietto sera sentito offeso nelle sue particolari prerogative, ma concluse indulgentemente
 una dannazione vedi, ma ha un fare che bisogna obbedirgli. Sa persino acconciare1:  un marinaio sul serio. Malanni di giovinotti, oggi hanno proprio ragione loro...
Il giorno dopo a bordo fu temporale. Sannunci male la giornata quando dalla nave non ci fu consentito il carico dei residui e si dichiar burrascosa appena venne il rifiuto della dogana a consentirne la cessione, non potendosi quel legname di imbottitura considerare alla stregua delle spazzature consuete.
Sarebbe stato necessario ripartire e per di pi un discreto venticello ci avrebbe permesso di uscire subito e proseguir bene, ma un marinaio, certo che le cose sarebbero andate per le lunghe, e in ogni modo, sicuro che il carico richiedeva tempo, se lera svignata tornando in riviera col treno. Fu necessario telegrafargli per sollecitarlo, ma non pot giungere che a sera, quando il vento, ormai del tutto mutato, spirava da scirocco condannandoci allattesa.
Alle spalle dellassente fior il pi rugginoso e pittoresco florilegio di epiteti che sia possibile combinare col dialetto genovese, ricchissimo di toni e dimmagini e con una gamma di colori inimitabili e... intraducibili.
Una barca dei soliti vivandieri che sintrufolano tra una nave e laltra offrendo gasose, frutta, pani imbottiti e, a una certora, anche minestrone e stufatino, per comodo dei giornalieri che non vogliono scendere a terra nellora dei pasti o dei marinai pigri e sprovvisti, rasent la nostra goletta e mise in evidenza la sua mercanzia.
Il barcaiolo ripet il suo richiamo, ma intu cos bene il temporale di bordo che, scostandosi senza ritentare, mormor tra s: Oggi si mangia con musica di grancassa...
Quando lassente giunse, inconsapevole di quanto era accaduto, dovette godersi la filza dei mugugni che non vennero gi in coro per esaurirsi presto, ma furono propinati a dosi, in cadenze varie, alternandosi ora luno ora laltro, con laggiunta del malumore per le disdette personali avute a causa di tale contrattempo, debitamente esagerate.
Hai portato lo scirocco, tra laltro, e bisogna rimanere in porto unaltra notte, e domani avremo peggio...
Si sarebbe gi su Portofino a questora...
Puoi pregare per le nuove leggi che se no rimanevi a terra...
Accidenti alle pratiche di sbarco, bisogna fare mille passi e non si arriva mai a far bene con questi libretti...
Dopo la notte relativamente tranquilla, senza il turno di guardia n di timone, la filastrocca prosegu saltuariamente il giorno dopo quando, contro tutte le previsioni di vento contrario seguto da bonaccia, si volle uscire lo stesso e fu necessario chiedere il rimorchio.
Al primo bordo, tirato in lungo, sand quasi su Vado, ma al ritorno non si mont nemmeno Nervi. Tentato un secondo bordo, appena allinizio (si era gi alle tredici) anche lo scirocco cess del tutto lasciandoci al dondolo in faccia alla riviera.
Fu ripresa la catena dei mugugni con maggiore intensit. Il fatto che la giornata fosse di sabato, vigilia di una solennit in paese, fece andare in bestia pi duno, inacidendo i rimbrotti con tirate agre che avrebbero fatto perdere la tramontana al disgraziato, se provvidenzialmente il padrone non avesse temperato gli eccessi.
Rassegnati ormai allinerzia per tutto il resto della giornata, parte si calarono a bassa prua e i rimasti in coperta si assopirono dando tregua agli sfoghi.
Un rimorchiatore diretto sulla stessa rotta apparve improvvisamente a mettere fiducia nei frettolosi. Calatisi in due di furia nella lancia, si prepararono al passaggio come nelle regate e labbordarono appena a portata di voce:
Dateci una strappata, da superare almeno Portofino...
Impossibile, andiamo a Camogli per un rimorchio e abbiamo furia.
Nuova delusione e maggiore recrudescenza di mugugni anche allindirizzo della disdetta e di chi la recava.
A sera, dopo il pasto, quando tutti rimessi e un po riconciliati per averlo potuto consumare in una certa pace si appartavano a fumare la pipa o il sigaro, vi fu il monologo finale.
Il Moro, per unabitudine inveterata ormai ben conosciuta, cominci a misurare la coperta dal carabottino al timone, a passi n lenti n frettolosi, senza pipa n sigaro, e persino senza masticare tabacco. Questa singolare abitudine di ridire su tutto e su tutti, ogni sera, quasi riepilogando lattivit della giornata e il pro e il contro di ogni fatterello, di far previsioni empiriche o deduttive e lamentele dogni genere,  prerogativa di qualche anziano. La stranezza sta nel fatto che la revisione viene compiuta a monologo, perch nessuno interviene, lasciandolo dire, non solo per un senso di compatimento e di sopportazione, ma pi per indifferenza.
Quella sera, prima di calarsi in cuccetta, il Moro recit il monologo a soggetto obbligato.  vero che a volte affiorava il timore che sarebbe mancata la verdura per il minestrone, che lo stoccafisso non bastasse, che il vino sarebbe stato insufficiente, ma tutto verteva sempre sulla vittima la quale, a supplizio ultimato, reclam di restar sola al timone tutta la notte, senza cambio: almeno il giorno dopo avrebbe avuto il diritto di dormire.
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FINE.
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Racconto 2. CON GLI ZAVORRAI.
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Maestrale.
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Quale spettacolo pi festoso di una pavesata di vele lungo una spiaggia? Le lunghe antenne oziose dei gozzi, dei latini, dei ledi, tirati in secco, cos pigiati gli uni sugli altri da lasciar solo brevi spazii irregolari per consentire il passo ai pescatori, raccolgono le vele sopra una selva di pennoni. Quando dopo la pioggia giunge una giornata di sole, ecco le vele spiegarsi, ondeggiare, gonfiarsi daria come nelle impoppate, asciugando, mentre i polacconi garriscono e i matafioni sbattono a rullo tambureggiando.
Fra tutte le spiagge liguri quella che offre una pi completa visione di vele  quella di Sestri Levante.
Linsieme degli argani, dei parati sui quali le barche vengono tirate, dei sostegni su cui poggiano, pu apparire a tutta prima aggrovigliato e confuso, ma basta assistere anche alla pi indifferente manovra per accorgersi che, attraverso a quello che ritenevamo un disordine di oggetti disparati, i marinai passano e lavorano senza impigliarvi n i loro cavi n i loro strumenti.
Specie subito dopo linverno, quando ancora la primavera non ha osato affermarsi, la spiaggia  pi che mai ingombra, ma  gi pronta per la febbrile attivit da cui presto sar animata. Gli attrezzati ledi dei vinacceri, solidi come edifici e ben fissati, quasi radicati alla riva, sono quelli che con una imponente stabilit torreggiano sugli altri. Hanno la coperta ingombra di botti e anche ai fianchi non mancano tinozze e bigonce. Qualche vecchio gozzone, sguernito, deperisce nellinazione; attende e sogna senza speranza i tempi che forse non torneranno pi, quando un irrequieto equipaggio accatastava nella sua stiva i barili per la salagione delle acciughe, preparandosi alla campagna dAfrica. Cerimonie passate di partenze e arrivi sempre lieti; ora  lunico superstite decrepito, mentre i protagonisti invecchiano deprecando le leggi restrittive della Francia che in Tunisia e in Algeria ha bruciato loro gli arnesi di fatica, rimandandoli a casa nella miseria.
I gozzi e i latini da pesca sono sempre con la carena umida; quasi ogni giorno scivolano in acqua perch la loro vita  sul margine del litorale e il loro via vai  continuo in tutte le stagioni. Ingombri di reti, di palamiti, di nasse e di attrezzi varii, sono sempre pronti. Taluni hanno gi a poppa un motore e molte barche minori sostengono le lampare che ormai sono il migliore ausilio nella pesca.
Disseminati un po ovunque fra tutti i compagni minori e maggiori, i ledi degli zavorrai sono i pi trascurati e i meno guarniti nellattrezzatura e in certe particolarit estetiche. Il loro fasciame, spesso sverniciato e sudicio, mostra in taluni ossature nude come lacerazioni, legnose e scabre, per cui la forma quasi pi non fa pensare al liuto, da cui certo deriva anche il nome. Sono le barche del lavoro duro e faticoso, che non  mai possibile tenere in ordine e che, pur dovendo essere preparate a tutte le eventualit, non ricevono mai pi delle cure strettamente indispensabili, come se i pescatori non avessero amore per loro.
Se dopo una lunga inerzia invernale il mattino si annuncia con tempo buono, e carezzevole e tepido arriva il maestrale, ecco lallarme. Gli equipaggi, fino alla notte ignari, in un attimo si costituiscono, si formano, chiamandosi, svegliandosi, dandosi la voce e la baia in cento modi. I primi arrivati, scovate le zappe arrugginite negli umidi fondi, corrono presso i ledi insabbiati dalle mareggiate, scavano solchi intorno, li liberano e proseguono a far ala innanzi per preparare la via.
Spesso ampie dune accumulate dalle onde sbarrano la via del mare, ma queste presto cedono alle zappe e lo scavo profondo come lalveo di un torrentello, non tarda ad accogliere gli scivoli spalmati di sevo per il varo. Lavorano e si consigliano, scavano e pensano alle provviste, ordinano e non fanno un cenno che non contribuisca ad accelerare la partenza.
Questa furia meravigliosa di opere sorprende gli spettatori casuali che sempre ritengono il marinaio un essere pigro e svogliato, amante dellozio e tardo nel pensiero e nei movimenti.
Tutti i ledi hanno intorno questo muoversi incessante di gente frettolosa, e gi nelle prime ore, prima ancora che il sole, sgombrate le nebbie delle colline, sbuchi dalla valle di Monte Pu, inondando la piana per giungere sino alle case dellistmo, sono pronti per raggiungere il mare. Si fanno le cordate attorno, si smuovono facendo leva con la schiena, in catena, dandosi la voce concordi per assommare gli sforzi, innalzando un coro fragoroso e compatto di ssa, di, frza, tra, tonanti come ovazioni di turbe finch, dopo i primi movimenti pigri, la barca dallampio ventre a liuto cede allo sforzo gemendo come se si sradicasse e, da prima lenta indi veloce, raggiunge lacqua di corsa tuffandovisi e si allontana sollevando una scia spumosa.
Far domande mentre tutte queste operazioni avvengono  quasi impossibile: rispondono con grugniti e monosillabi.
Andate alla foce del Magra?
La domanda  oziosa. Se non ci si va col maestrale quando  mai possibile andarci? Quando fa scirocco? Iniziando un discorso a questo modo si corre il rischio di sentirsi rispondere male.
La foce del Magra  larenile inesauribile, il solo ove si possa scialare con un permesso poco costoso, ma  lontana e per raggiungerla occorre buon tempo: ecco perch lavorano di furia per non perdere un attimo e vedere se sia possibile far pi viaggi mentre il tempo favorevole accenna a durare.
Sono in ritardo per venire anchio?
Alzato il viso per guardarmi un attimo, il padrone del ledo pi prossimo alla riva, appena mi riconobbe, url:
Potevi presentarti a mezzogiorno! Vieni, ma sbrigati.
Di corsa andai a casa per provvedermi qualche indumento da lavoro e comprimere in un pacco tutta la frutta e i cibi trovati sotto mano. Ripresa la via della marina, appena in vista della spiaggia, vidi nel golfo gi tre barche che alzavano la vela e una che filava verso il molo.
Ti aspettano. Corri sulla punta ch verranno a prenderti con la lancia. Se non ti scorgono, proseguono senzaltro.
Un marinaio, passando, mi dette quellavvertimento.
Sempre di corsa mi avviai alla strada del porto avendo cura di stare sullargine per essere notato. Il ledo gi doppiava la punta con la vela gonfia, ma, appena allargatosi, necessariamente sarebbe stato costretto a una diversa manovra per prendere la via di levante.
Fu appunto nellindugio in cui la manovra aveva costretto la barca a una sosta che vidi staccarsi la lancia e dirigersi sulla scogliera. Vi saltai dentro e raggiunsi il ledo quando gi tutto era pronto per la corsa ed altri ci seguivano sorpassando il molo.
Il maestrale inturgid lamplissima vela latina facendo gemere e stirare gli stralli e le sartie nello sforzo, imprimendo una forte velocit alla barca, la quale, sebbene non avesse la prua tagliente ma piuttosto schiacciata e tonda, avanzava senza fatica schiaffeggiando le piccole onde.
Lazzurro dellaria tanto pi tersa in quanto nei giorni precedenti e ancora nella notte era caduta la pioggia slavando latmosfera dogni polvere, al passaggio del vento che aveva disperse le nebbie si fuse col blu marino in quelle tonalit vibranti che solo la riviera conosce.
A bordo il tramesto non cess subito. Queste partenze repentine costringono per alcune ore ad un lavoro di assestamento che comincia dalla collocazione di cavi e arnesi di coperta al loro giusto posto, perch siano a portata di mano in ogni eventualit e non ingombrino, e finisce con linventario degli oggetti di cucina.
Gli unici arnesi di cui la barca  sempre provveduta, almeno in giusta misura, sono quelli occorrenti per il carico. Zappe, badili, coffe, non difettano mai, come non mancano tavolacci per passerelle e, qualche volta, sacchi e incerate per riparare la schiena dallo stillicidio quando la sabbia fosse bagnata. Tutto il resto ha meno importanza e pu accadere che manchi la pentola, che non vi sia un piatto e un bicchiere e che non si sappia come accendere il fuoco.
Allora, dopo unaccurata sistemazione, constatate le necessit alle quali non si  provveduto, si pensa subito di riparare raggiungendo magari qualche barca con la quale si procede di conserva o aggiustandosi eroicamente alla meglio.
Per colmo dironia una volta manc il sale, al quale nessuno aveva pensato. Il cuoco, o meglio, il pi anziano, tent lesperimento con lacqua marina, aggiungendone una certa dose a quella che bolliva, ma ottenne il risultato di fare un minestrone con un sapore talmente nuovo, cos poco gradevole e amarognolo che, assaggiatone un cucchiaio, fu il primo a rovesciare la pentola in mare attaccandosi indispettito alla galletta.
Di mano in mano che ci allontanavamo per fare rotta diritta, le altre barche, veloci, ci venivano dietro come avessero iniziata una gara e ci inseguissero. Da altri paesi della riviera si videro vele spiegarsi, finch fu tutta una flottiglia diretta a sud, procedente di conserva, festosa nellazzurro, incalzante, leggera come uno stormo di alcioni sceso sulla superficie del mare in una prova di bravura, felice di farsi sorreggere e trasportare dal vento.
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Vento in poppa.
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La penisoletta di Sestri Levante, che chiude il Golfo Tigullio col semicerchio perfetto della sua spiaggia pi ampia, gi era scomparsa. Oltrepassata la Punta Manara con la piccola edicola della Madonnina sulle rupi, si spiegava la rada di Riva Trigoso, folta di gru sospese attorno agli ampi Cantieri del Tirreno, e gi sulle Baffe stavamo per avvistare Moneglia quando, assettata ogni cosa in coperta, il padrone fece un accurato inventario delle suppellettili di cucina, necessario a causa della partenza affrettata.
Il fornelletto, nella cucina di ferro addossata presso la copertura della camera, fu trovato abbastanza in ordine. Nella cassa non si rinvenne che un paiolo: nessuna pentola, n una casseruola, n un tegame e nemmeno una caffettiera, sicch la prima constatazione fu alquanto deprimente. Quel recipiente unico era cos abbondante che pareva pi adatto a preparare la tintura per le reti che a servire per la cucina. Linterno era per assai pulito e ben stagnato, per cui non nacquero diffidenze.
Bisogner arrangiarsi, cari miei. Brodo, stoccofisso, minestrone e caff, sar necessario prepararli nel paiolo!
Proseguendo linventario si scoprirono due piatti, uno dei quali di latta. A bordo eravamo in cinque, ma nessuno si preoccup di questa constatazione. Si rinvennero due cucchiai e due forchette e persino un bicchiere. Per fortuna soltanto le suppellettili erano scarse, perch alle provviste si era pensato abbondantemente e, per maggior prudenza, pi duno aveva involto con qualche indumento di ricambio quanto aveva trovato nella propria madia.
Lavorare sta bene, e lavorare sodo magari, ma che non manchi vino, stoccofisso e galletta, altrimenti i mugugni trasformano la stiva del ledo in una cassa armonica continuamente risonante di accordi da contrabbasso.
Ci che, dopo le abbondanti provviste, fa lietissimo, quasi felice il marinaio,  il vento, sintende quando non soffia contro la prua. Quel mattino il maestrale fresco gonfiava la nostra vela in modo cos imponente che, oltre a spiegarla intera col polaccone, vi fu aggiunta una veletta di strallo, che fu sistemata a destra con un lungo remo sporgente fuori dal bordo, puntato contro il verricello e adattato ad antenna per loccasione.
Il ledo, al quale di solito basta lenorme vela latina pendente dalla lunghissima antenna, addobbato in quel modo, visto da terra appariva certo con una diversa fisionomia, un compromesso tra la goletta e il navicello, ma le ragioni estetiche non contano, conta il vento: e quando soffia da poppa e punge il desiderio di arrivare presto, si spiegherebbero anche i mandilli, per catturarne la maggior quantit possibile.
Moneglia, la patria di Felice Romani, nascosta dal viadotto ferroviario che impone una catena di archi innanzi alle case celandole alla vista del mare, fu presto oltrepassata. Si videro in alto le abitazioni di Lemeglio circondate da vigneti; e quando apparve Deiva qualcuno, profittando dellabitudine di bordo di anticipare spesso i pasti di due ore, indottovi certo dagli stimoli dellappetito stuzzicato dal lavoro mattiniero e dalla delizia del viaggio, propose di preparare il pranzo.
Deiva, nellampia vallata che degrada al mare dalle alture della Pietra di Vasca, mostr in alto la traccia ardita della strada provinciale che per il passo del Bracco scende alla Spezia, mentre il persistere del vento ci allontanava mutando lo spettacolo con lenti trapassi di sempre nuove visioni.
Framura apparve inerpicata in alto, e coi suoi gruppetti di case provoc unosservazione maligna da parte di un marinaio:
Vedi l? non vi  un paese, ma cinque., E disse i nomi di ciascun nucleo di case, generando contraddittorii e battibecchi. Quando parvero daccordo sullesatta nomenclatura dei casolari, il primo, che voleva ad ogni costo dirne una, osserv:
Sai come li chiamano quei gruppetti tutti insieme? Le piaghe di Cristo.
Il pi accanito oppositore, volendo fare il saccente, scroll le spalle, tacciandolo di asineria e gli disse con aria di compatimento:
Non sai nemmeno che le piaghe di Cristo sono le Cinque Terre!
Distrasse da questa disputa di erudita malignit il richiamo del timoniere che, guardandosi dietro, teneva docchio le altre barche sulla stessa rotta, temendo di essere superato.
Il Paolotto si  tenuto pi a terra e per ora lha indovinata; ma sul Mesco ci rifaremo noi e ripiglieremo il comando.
Infatti un ledo di quelli che avevamo lasciati dietro in quella specie di inseguimento a chi prima arriva alla foce del Magra per zavorra, giovandosi sapientemente del vento e forse anche essendo miglior corridore, scivolava agile di conserva alla sinistra e tendeva a superarci. Non potendo pi in nessun modo accrescere la velatura e quindi la nostra velocit, dovemmo assistere impotenti al lento graduale avanzare del competitore, gi sicuro e imbaldanzito dalla vittoria.
Bonassola, come molti paesi della riviera, nido di artisti, mostr il degradare verde delle sue colline sulle quali lentamente salgono le ville che tendono, verso levante, a congiungersi con quelle di Levanto, sostituendo a boschi e vigneti, altane fiorite e giardini.
A bordo per lo spettacolo della riviera interessava poco. Bisognava riprendere la testa della flottiglia, non tanto per arrivare prima al carico (c tanta sabbia nellarenile apuano!) quanto per non subire le beffe. Ogni ritocco per tendere le drizze e far reggere in pieno il vento alle vele, fu fatto accuratamente. Ormai il Mesco era prossimo e potendolo montare subito, il vantaggio, senza dubbio, sarebbe stato nostro.
Aprimmo la baia di Levanto, la cittadina che insieme alle propaggini della Superba e ai Paesi del Tigullio forma il miglior ornamento della Riviera di Levante.
In fondo alla vallata che sinizia angusta e tosto sapre amplissima, uliveti e pinete coprono il declivio sino al Bardellone oltre gli ottocento metri, formando un manto verde, lo strascico del quale scende e adorna la cittadina affacciatasi al mare per accrescerne grazie.
Insensibili ad ogni attrattiva i compagni erano ora attenti a due cose allettanti in pari misura: alla gara impegnata a fondo e al pasto quasi pronto.
Come sera previsto, il ledo competitore, gi prima di aprire la baia di Levanto, perdette la freschezza del vento che, esitando sul Mesco, non mantenne sempre turgida la vela. Corretta la rotta per rimettersi al largo sul nostro cammino, fu costretto a bordeggiare e a perdere quindi tanto da essere superato con qualche vantaggio e lasciato nella scia. Si seguiva la sua manovra con tale attenzione che ci trovammo sulla punta senza quasi avvedercene.
Una flottiglia di caccia della nostra Marina ci apparve quando, lieti della vittoria, guardammo innanzi. Erano al largo e facevano evoluzioni. Scorgemmo altre navi a fior dacqua e non tardammo a capire che erano sommergibili usciti dal Golfo della Spezia, forse per prove dimmersione.
Rinunciammo a seguire le manovre delle navi solo quando il pasto fu a punto. Radunati attorno alla cucina, si vide allora come la genialit marinaresca sia inesauribile.
Il minestrone, di quello in cui sta ritto il cucchiaio (specialit di bordo), fu servito come e dove si pot. Uno si giov del mortaio come piatto e un altro, raschiata e pulita a lungo con mille cure una specie di scodella di legno, somigliante assai a una votazza, si present con quella stoviglia. Lo stesso, difettando le posate, con un pezzo di erica scovato chiss dove, sera inciso una forchetta, per nulla dissimile da quelle vendute dai mestolinai dellImpruneta.
Il cuoco, dopo avere distribuito anche i due piatti ben colmi, si riserb il paiolo. Ne aveva il diritto, ed era il pi abile a maneggiarlo. Scottandomi le ginocchia, poich non avevo trovato dove collocare il piatto, volendo far cerchio col gruppo, guardai il collega al quale era toccato laltro di latta per osservare come se la cavava e vidi che lo teneva in equilibrio sulla mano sinistra inguantata nel soffice berretto.
Pasto eccellente. E sempre primi, col vento che da pi ore continuava senza unesitazione a soffiare da poppa. Ecco la felicit del marinaio. Quando il padrone prese il fiasco e si cerc lunico bicchiere, non ci fu verso di scovarlo: un marinaio lo aveva rotto inavvertitamente e poi buttato in mare. Cominci allora a bere a garganella, premendo il polpastrello del pollice sullimboccatura in modo che il vino usc gorgogliando. Fece poi circolare il fiasco e ciascuno, volta a volta, lo imit.
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Fantasie meridiane.
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Anticipato il pasto, ci trovammo poco dopo le dodici in ozio, essendo ormai la barca assettata e non dovendo attendere che larrivo allarenile apuano. Il ledo con lorifiamma immenso della sua vela gonfia di vento produceva sulla superficie blu del mare leggere schiume che duravano appena da prua a poppa sulla cresta delle scie, le quali si dilatavano sempre pi scomparendo mentre ci allontanavamo. Le altre barche, sparse in flottiglia, quale pi a terra, quale pi al largo, secondo la direzione tenuta alla partenza, seguivano a pari velocit, ma ogni ardore di inseguimento e di gara era smorzato dalla saziet del pasto e dalla luce abbagliante del mezzogiorno.
Uno propose di scendere a bassa prua per riposare, ma dopo pochi minuti quellunico risal in coperta e cominci unoperazione che fu subito imitata. Rovesciato un quartiere dei boccaporti, stese in quella specie di cuna leggermente curva il suo pagliericcio, colloc nella testata superiore il cuscino e si sdrai avendo cura di restare al rezzo della vela. Poco dopo solo il timoniere rimaneva seduto sul pancaccio, attento a non scadere un metro dalla rotta, mentre tutti ce ne stavamo affacciati alla murata nelle comodissime amache di nuovo modello.
Oltrepassato il Capo Mesco non potevamo pi considerarci primi. Innanzi a noi e di fianco ben altre tre barche, spuntate forse dalle calanche vicine, ci precedevano e nessuno sent il desiderio di iniziare assurdi inseguimenti, gi paghi di essere assistiti con tanta assiduit dal maestrale che aveva esitato appena sulla punta e subito aveva ripreso sorreggendoci con una freschezza che nessuno avrebbe osato sperare.
Dreino, congedato da poco, cominci a narrare qualche episodio militare ponendo un entusiasmo incredibile nel mettere in rilievo le infinite volte che gli tocc la sorte di castagnare (era un sottocapo) qualche cialtrone.
Per, ora voglio cambiare vita; se mi tocca un buon imbarco me la filo. Voglio vederla anchio quellAmerica...
Non vi fu chi lapprov. Tutti rivieraschi, provati a fatiche continue da zavorrai e pescatori, nessuno si sognava di poter mutare quella vita in unaltra ancora pi incerta e malsicura... tanto meno in quel momento in cui tutto era cos delizioso.
Sulle Cinque Terre le ombre erano rare. Soltanto in cima alle colline ove avanzavano affacciandosi al mare, quasi con cautela, boschi di pinastri, zone oscure rompevano la lucentezza dei bagliori caldi che il sole faceva piovere anche sui valloncelli. Ognuno di noi poteva rammentare lunghe giornate di bonaccia durante le quali i riverberi finivano per diventare opprimenti, proprio in faccia a quei paesucoli grigi: ma ora tutta la riviera ci sfilava innanzi varia e aerata, quasi ambisse rivelarsi nuova e diversa e volesse disingannarci sulla sua fama di paese lontano dalla vita moderna.
Monterosso, aperto per primo, sallontanava. Vernazza provoc un ricordo in chi vi aveva approdato pi volte per asciugare quando veniva a levante ad inseguire le acciughe:
Laggi vi  la Buca del Diavolo, ma lunica cosa che mandi al diavolo sul serio  il vino. Con la vernaccia non si scherza...
Il paesino di Corniglia, come sollevato dagli antri dove i confratelli si sono incuneati, schiacciandosi a pigna nel fondo di vallette, sopra rivi che impongono alle case archi a puntellarle per reggersi, sfil innanzi col suo terrazzo che le consente di contemplare il mare, dal quale per si tiene prudentemente lontano. La calanchetta di Manarola fece accidentare un altro pescatore. Quellimbarcatoio in pendio, per cui i gozzi occorre sollevarli con carrucole, non gli andava a genio, non essendo riuscito ad approdarvi una notte in cui, colti da un acquazzone sopraggiunto con la maretta, avevano deciso di prendere terra per non tribolare fino a giorno.
Su Riomaggiore presi io la parola, ricordando un pittore toscano di cui avevo letto le gesta, che ha immortalato il borgo non solo coi pennelli...
...a quei tempi, sapete fino a che punto erano beati in quel paese? Fino al punto da non essere costretti ad andare a scuola.
Qualcuno ricord vagamente e senza nostalgia le poche classi elementari, ma dubit della verit della mia asserzione, sicch dovetti comprovarlo con la storiella che avevo appreso.
Nei documenti municipali, si poteva notare una firma assai complessa: Per il sindaco analfabeta: croce dellAssessore anziano.
Le consuetudini del paese poi, secondo quel pittore che si chiamava Telemaco Signorini, avevano dato luogo a leggi speciali, uniche, anzi. Chi portava a cuocere il pane sul tavolone, al solo forno esistente, era costretto a camminare rasente i muri gridando di continuo:
Passa il pan... e coloro che dalla finestra gettavano le immondizie nel rio che passa al centro del paese, avevano il dovere di dire ad ogni lancio:, Al beut..., in modo che, avvertiti i primi e i secondi, ogni operazione si poteva svolgere senza eccessivi inconvenienti.
Il santuario di Montenegro, isolato sul poggio con attorno sparse poche capanne e casupole di rifugio pi che di abitazione, biancheggi a lungo sporgendosi sul mare pi degli altri santuari di Soviore, di Reggio o della Salute sugli stessi crinali. La costa si faceva disabitata per buon tratto ma non manc chi su di essa ebbe a dire la sua.
Tra la Punta Merlino e quella del Persico, attorno agli scogli Galera, Ferale e Grimaldo, vive un enorme polipo, di pi tonnellate...
Bomba!, scoppi un altro., E tu lhai visto?
Dio me ne guardi, perch sarebbe capace di affondare anche un ledo se si appiccicasse...
Lo scetticismo dellinterruttore non pot aver buon giuoco perch tutti gli altri pi o meno avevano sentito favoleggiare del mostro, ma che proprio vi fosse stato, e di tali proporzioni, nessuno lo credette mai, tanto meno poi che esistesse ancora. La leggenda della sua morte per opera di San Venerio, leremita dellisola del Tino, era appena affiorata nei discorsi che lapparire di Portovenere mut largomento.
Affacciata sul mare, poderosa come poche altre costruzioni antiche pervenute intatte sino a noi, la mole della fortezza che domina il paese d unimpronta di rude solidit con le sue forme massicce a tutto lestremo promontorio. Esprime ancora assai bene la dura volont di Genova che nel dodicesimo secolo, volendo affermare il suo dominio sulla riviera e proteggerla dai nemici del mare, vi dissemin le grandi fortezze che possiamo ancora facilmente scoprire, dopo aver ricacciato nelle valli i feudatari che non sapevano adattarsi al suo governo.
La chiesetta di San Pietro fece pensare a quella invisibile, pi in alto.
 San Lorenzo, quello sulla graticola, messo proprio sulla facciata?, fu chiesto; e qualcuno osserv che la chiesa possedeva gioie acquistate anticamente dai navigli che venivano spesso dallOriente, carichi di oggetti preziosi.
Si racconta che a Portovenere i lupi affamati, molti secoli fa, scendessero fino alla riva ad assalire i battelli, ma la storia pi interessante del paese  quella dellassalto dato dagli Spagnoli. Quando gli abitanti si videro minacciati da tante navi, spalmarono di sevo tutti gli scogli accessibili intorno al borgo. I soldati, carichi di armi, saltavano dalle barche e prima di potersi afferrare alle pietre scivolavano in mare andando a bere definitivamente, trattenuti a fondo dal peso delle armature, mentre i difensori facevano dallalto gli sberleffi e lapidavano, aiutati anche dalle donne, i pochi disgraziati che erano riusciti a sbarcare pi a terra, rovesciando loro addosso sassi e macigni.
Fra tutte le storie e le leggende per Portovenere fece ricordare a qualcuno un episodio non facile a dimenticarsi.
Eravamo arrivati nel porticciolo da poco, costretti ad appoggiare per il cattivo tempo, quando quelli del paese ci riferirono che una barchetta era trascinata al largo della Bocca Stretta, nellapertura a mare. Era un contadino che col suo piccolo gozzo era andato a potare la vite nellisola Palmaria. Poco pratico di cose marine, non curando del vento che si era levato e che nella gola soffia violentemente, fu investito dalla corrente e anzich approdare allisola vicinissima, fu trascinato fuori del canale. Appena passato il riparo del promontorio e dellisola, un mulinello capovolse il gozzo e il povero diavolo riusc appena a trattenersi a galla afferrandosi alla barca.
La scena avvenne sul mare aperto e tutti da Portovenere erano affacciati a seguirla disperandosi. Una baleniera tent da prima avvicinarsi al naufrago, ma il pi anziano, visto che la barca poteva essere travolta, fidandosi poco dei giovani che aveva a bordo, non affront luscita. Le donne allora si diedero a urlare e gli uomini a gridare:, Vigliacchi!, Tutto il paese era in fermento.
Noi avevamo il latino carico di manaite bagnate e il freddo della notte non ci era ancora uscito dalla pelle,, e per di pi avevamo sonno. Tutto quel gridare per fin per attirarci, e visto anche noi quel disgraziato che andava alla deriva sulle onde sempre pi agitate, appena il Picca propose di andare, non ci tirammo indietro.
Fu unimprudenza che poteva costarci cara ma, conoscete il Picca? Vista la baleniera impotente, gli si accese il sangue, cominci a imprecare anche lui, sicch saltammo sul latino e a sei remi, a nervi tesi, scapolammo la punta. Non fu poi tanto difficile avvicinare il gozzo, ma fu complicata la manovra per restare a vento e agguantare il disgraziato contadino. Venne su pesante come un sacco di spugne imbevute. Disteso sulle manaite pareva morto.
Tutto il paese era schierato in alto. Gli scogli, chiesetta di San Pietro, i muri intorno, erano gremiti, ma il vento ci staffilava in tale maniera che non riuscivamo a sentire nessuna voce, n potevamo arrischiarci di guardare la gente per non manovrare male. Appena giunti fu necessario aggottare tanta acqua che, poca di pi, ci avrebbe buttati a fondo.
Il marinaio non complet la narrazione, n accenn alle benedizioni della folla e alle dimenticanze... degli altri. Nessuno seppe il nome di quei pescatori sebbene il fatto si fosse svolto tanto pubblicamente, ma forse non manc chi si prese in loro vece una medaglia al valore civile con chiss che motivazione eroica...
Portovenere stava per essere oltrepassata e dovendo prepararci a traversare il Golfo della Spezia tra la Palmaria e il Tino, rinunciammo al comodo osservatorio rimettendo sulle bocche spalancate dei boccaporti che mostravano la stiva vuota, le loro coperture, divenute per quel pomeriggio culle deliziose.
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Alla foce del Magra.
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Oltrepassata la Bocca Stretta che separa Portovenere dalla Palmaria, questultima ci apparve nella parte pi scoscesa, dirupata e franante per le cave del famoso Bardilio, il marmo portoro tanto celebre. La Grotta Azzurra ha nel mare ligustico una minore consorella in questisola. Oltre la Punta del Pittone per unaltra grotta ben pi importante e celebre si eleva tra i massi, quasi inaccessibile: la Grotta dei Colombi.
Gli speleologi pi celebri si sono calati in quella buca, hanno percorso il lungo e malagevole budello accedendo alla caverna ampia, totalmente buia, che sinoltra a circa quaranta metri dallapertura. Il ligure primitivo in questantro ha vissuto protetto e tranquillo per secoli e forse poche altre grotte hanno offerto agli scienziati pi copie di tracce umane e degli animali pi diversi, divorati dai trogloditi nella loro abitazione. Armi di pietra, fittili, sassi lavorati, strumenti primitivi, hanno potuto con certezza documentare la vita delluomo e un grave interrogativo che per molti anni ancora rester senza risposta, si fecero taluni, rinvenendo tra gli ossami di oltre duecento animali diversi, ossa di uomini giovani con traccia di raschiature e di fuoco che fecero pensare a pasti di carne umana consumati insieme a quelli di varia selvaggina.
Gli abitanti della Grotta dei Colombi furono cannibali? Se avessi rivolto tale domanda ai miei compagni di bordo si sarebbero indubbiamente spaventati facendosi di me chiss che assurdo concetto. Il ledo, poco discosto dalle rocce, sempre sorretto da un vento che non ci aveva abbandonato un attimo lungo tutto il cammino, pieg leggermente, dopo un breve spostarsi dellamplissima vela, inoltrandosi nel canale tra lisola Palmaria e lisolotto del Tino.
Al timone era il padrone, che voleva avere lui il merito di traversare in volata il Golfo della Spezia. Il Tino, ora visibile da quasi tutto lalto Tirreno anche di notte per il suo faro, fu nei tempi remoti il rifugio di San Venerio, che sullo scoglio visse da eremita oltre trenta anni, cibandosi di ci che lisolotto poteva offrirgli. Se il tempio di Venere sulla Palmaria pu apparire leggendario, memorie e tracce della vita del santo nellisolotto di fronte permangono invece a ricordarne la vita.
Morto nel 640, dove fu trovato il cadavere il vescovo di Luni fece erigere una chiesa in suo onore e vi sorse un monastero che, a causa delle frequenti incursioni dei saraceni, non pot avere lunga durata.
Nessuno ricord pi la tonnara esistente dove il ledo lasciava un solco ceruleo intagliando scie che prima di spegnersi si sarebbero sperdute nel risucchio delle scogliere isolane. Qualcuno guard invece lo scoglio isolato su cui i Genovesi avevano costruita una torre a difesa della baia di Portovenere, fatta saltare dagli inglesi nel 1800. Lungi, sul promontorio opposto, Lerici ergeva la sua rocca oscura che la punta di Maralunga, col nostro avanzare tendeva a nascondere. Era da quella baia che i viaggiatori nei tempi antichi lasciavano il percorso di terra non avendo la Liguria montana strade bastevoli n troppo sicure per avventurarvisi coi veicoli di cui disponevano. Le feluche che le nostre rive videro per secoli passare con la loro vela latina sempre spiegata, da Lerici, seguendo la riviera, raggiungevano Genova, e per sei zecchini si potevano noleggiare col diritto di imbarcarvi vetture e servitori.
Il Golfo della Spezia, paludoso nel fondo, non mostrava allora che sparsi casolari sulle colline e potevano dirsi piccoli centri i villaggi di cui ora non si ricorda quasi pi nemmeno il nome, come quello di Carpena, dalla cui podesteria dipendeva il golfo, ed altri, per altro assai lontani fra le colline o appena affacciati sui valichi.
Il ledo con lantenna incrociata in alto sullalbero, presentava ora limponente triangolo bianco della sua vela al vento che soffiando proprio da poppa linturgidiva senza farla flottare un istante. La superficie tesa, quasi irrigidita nella curva impressa dallaria costantemente, non aveva quel tambureggiare di matafioni che spesso le vele hanno per il beccheggio o per lincertezza delle raffiche. Con la prua sul Capo Corvo la barca, resa leggera dal vento e dallacqua appena marezzata, pass presso le boe rugginose che punteggiano il golfo. Un volo di gabbiani inquieti si lev a volteggiare a distanza quasi per sorvegliare il volo piano di quellampia ala bianca che senza remigare volava radente, sfiorando col suo corpo enorme la superficie delle acque senza mai arrestarsi.
Prima di oltrepassare Punta Bianca la vita a bordo mut in modo radicale. Cessata ogni contemplazione, ridivenuti gli zavorrai impazienti che intendono profittare di ogni attimo per potere in minor tempo effettuare la traversata, i marinai scoperchiarono i boccaporti, estrassero le coffe, saldarono bene i manichi alle zappe, unsero, lisciarono, fecero i caschi coi sacchi per ripararsi la testa e le spalle e liberarono tavoloni e trespoli per averli pronti appena, gettata lncora, il ledo si tosse trovato a boccheggiare sullarenile.
Nessuno ebbe pi un attimo di sosta. Per non dover perdere neanche un minuto a bere, fu travasato il vino e riposto il purone sulla cucinetta, e quando girammo la punta, non fu possibile osservare nemmeno di sfuggita Bocca di Magra pittoresca con nellestuario i navicelli carraresi tenuti da gomene fissate in margine ai vigneti, e la flottiglia dei bragozzi variopinti che la colonia di San Benedetto del Tronto ha trasferiti col per la pesca.
Allo sfarfallo di vele che ci seguiva costantemente si antepose una schiera di altre barche gi in faccende sul litorale. Ci accostammo in fretta allultima. Con brevi cenni e accorti consigli, mentre due zavorrai saltavano in acqua, altri porsero il tavolone e il ponte fu subito pronto. Le coffe volarono sulla sabbia e le zappe fecero lo stesso percorso mentre il tavolone veniva fissato e un marinaio scavava una buca adagiandovi un palo di traverso per ormeggiare la barca sicuramente. Stabilita lintesa tra lncora e la gomena di terra per la sicurezza del ledo, collegato questo alla riva col ponte di tavole, senzaltro si pose mano al lavoro.
La manovra delle zappe per riempire le coffe appena una trincea  scavata,  il lavoro meno pesante. I pi deboli, due, rimangono a questa mansione, gli altri ricevono il carico e si avviano. Lo sgambetto frettoloso sui tavoloni sospesi e traballanti con un ritmo sincopato non si arresta pi.  una catena di uomini che corrono, alzano, trasportano, vuotano, ritornano, incitandosi con un urlo serrato, dandosi la baia e spronandosi tra loro e tra equipaggio ed equipaggio, perch subito al fianco sono giunti altri e hanno intrapreso non meno celermente il carico.
Dodici, quindici erano dapprima le barche; ora, mentre le prime salpano, altre sopraggiungono ed  difficile contarle perch non  possibile sollevare un minuto il capo senza correre il rischio di intralciare il compagno nel suo lavoro e produrre un arresto. Difficile inoltre vederle tutte, perch talune minori quasi si nascondono e insieme ai ledi vi sono bragozzi, chiatte, bilancelle da carico pesanti, che ora lavorano di conserva, ora manovrano per spostarsi creando nello schieramento delle vele ondeggiamenti varii che ingannano chi si prova a sbirciarle di sfuggita.
Ci che maggiormente colpisce il novizio in questo duro lavoro  lurlo, il chiacchiericcio, il motteggio di scherno, i monosillabi di sprone che gli zavorrai si scagliano gli uni contro gli altri accelerando inverosimilmente il moto. A chi osa chieder loro il perch di quelle voci, rispondono invariabilmente:
 il mestiere che urla...
E infatti bisogna ammettere che tutta quella furia di lavoro e quellattivit si accalda e si esaspera vieppi appunto per il continuo incitamento. Corrono sfide a chi prima carica la barca, a chi primo si ferma, a chi raggiunger prima il Corvo nel viaggio di ritorno, tutto ci senza mai sospendere nemmeno un istante di correre sul tavolone, affacciarsi al boccaporto e gettare per traverso la sabbia perch il carico sia regolare, e ritornare saltelloni a prendere laltra coffa gi pronta col ricolmo a piramide.
Lenorme arenile apuano non risparmia la sua sabbia quasi sempre fine, solo in alto impolverata e sterposa e appena alla riva, qua e l, con zone irregolari di ghiaietta varia. Allontanate le barche, quando il tempo minaccia, la vasta spiaggia appare sconvolta, sossopra, tumultuosa e scomposta come il plastico di una mareggiata che contrasti di venti disorientino dalla riva innalzando volumi e creando avvallamenti su tutta la superficie. Nessuno si cura di ci. Linesauribile riserva, alla prima libecciata riprender il suo livello piano, consentir dopo poche ore nuovi scavi e nuove trincee. Dalla foce del Magra, gi gi sino a tutta la riviera Tirrena, la fine sabbia  in margine alla sponda e prepara ad ogni paese e ad ogni citt il suo lido, consente creazioni di villaggi marini che lestate vede popolosi e linverno deserti e umidi.
Gli zavorrai che poco dopo linizio del carico sono tutti a torso nudo, essendosi con un gesto nervoso liberati della maglia, non appena il caldo della fatica ne ha fatto sentire il fastidio sulla pelle, non si preoccupano di tutto ci. Il sudore incolla la sabbia alla schiena villosa, il casco di juta che protegge il capo e ricade sul callo enorme della spalla si riga di scoli ruvidi, il viso nei solchi marcati arresta sabbia chiazzandosi, ma tutto ci con un tuffo sparir in breve. Quello che importa  allestirsi, e le Apuane meravigliose sullo sfondo, il nastro verde della pineta, tutto ci che pu fare arrestare estatici i novizi, non ha seduzioni. Le vele non ammainate ma raccolte in alto sulle lunghissime antenne, ondeggiano lente e libere al maestrale in attesa di spiegarsi ancora e il loro richiamo  il solo che abbia uno voce degna di essere ascoltata.
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Arenile Apuano.
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Il ledo, gi quasi carico, sfiorava con la chiglia il fondo e il padrone, temendo si arenasse, sospese un attimo il lavoro e da solo sciolse la gomena fissata a terra, fece un salto in coperta e scost la barca tirandola pi al largo, costringendoci a spostare il tavolone che faceva da ponte per consentire facilmente il carico.
Dalla barca pi prossima degli altri zavorrai frettolosi giunse la voce di un marinaio:
La Capitaneria  chiusa sicch il permesso. non lho potuto rinnovare.
A quella notizia i vicini si affrettarono maggiormente a completare la stiva per prendere il largo insalutati. Al padrone non era sfuggita la frase, anche il nostro permesso era scaduto, sicch certo pens: Se riesco a farla franca non  il caso di preoccuparsi tanto per rinnovarlo.
Profittando della sospensione di quellandirivieni febbrile che la catena ininterrotta dei portatori di coffe formava, dette uno sguardo nella cesta delle provviste e mi fece un cenno:
Fa una corsa in paese a comperare il pane, non ce n quasi pi., E mi gett sulla sabbia il mandillo, il fazzolettone delle compere, che presi a volo.
Quando stavo per allontanarmi, lieto di poter fare una corsa a Marina di Carrara, mi richiam un istante, e facendo portavoce con le mani mi grid, come se volesse dirmelo in segreto:
Sbrigati, ch se ci colgono  una multa...
Il dovere di affrettarmi ansiosamente avvelen tutta la gioia della lieta incombenza. Abbandonata la sabbia morbida, ove  sempre difficile camminare, per non sprofondare ad ogni passo, raggiunsi la strada litoranea poco lontana. Da un lato la spiaggia e il mare, dallaltro la pineta, quella pineta che ora si chiama di Carrara, ora di Avenza, ora di Viareggio, ma che in realt, dalla foce del Magra, quasi ininterrottamente va a Livorno, qua e l folta, in pochi tratti rada e spersa e che ha risanato al mare tante zone paludose, ed ora ombreggia le marine delle citt addossate alle Apuane, le quali hanno fatto crescere tra i suoi viali una vegetazione di villini a serie, nascondendoli al sole.
Le prime casette di Marina di Carrara non mi offrirono in visione che marmi e marmi, spezzati a rombi, a rettangoli, pi spesso a triangoli irregolari, sparsi sulle viottole, disseminati nei cortiletti, fissati a pavimentazioni rustiche innanzi agli usci. Impossibile una sosta e tanto meno vagabondare a lungo curiosando. Alla prima bottega che, servendo il sobborgo, aveva in s i pregi e i difetti delle bottegucce del genere, trovato il pane in lunghe forme e le sigarette (qualcuno mi aveva sussurrato di non dimenticarmene), ripresi di corsa la via della marina pur avendo un desiderio vivissimo di bighellonare, sia pure scalzo e in malarnese, sulla banchina che chiude il porticciolo artificiale dellapprodo di Carrara, dove i marmi, nelle stive dei caratteristici navicelli, partono per i paesi pi disparati.
Si stavano ancora imbarcando gli attrezzi del carico: zappe, coffe e tavoloni, quando mi issai sul ledo, il quale aveva le coperture dei boccaporti sollevate tanto la sabbia rigurgitava. La furia delle ore di intenso lavoro non si era ancora rilassata; ad essa, anzi, si era aggiunto un nervosismo giustificatissimo: bisognava non perdere un minuto ad allontanarsi per non rischiare di essere colti proprio allultimo momento e non poterci giustificare.
Gi ponevamo mano a stendere la vela mentre si salpava lncora, quando dal boschetto vicino alla strada si ud un fischio di richiamo. Da tutte le barche ancora affaccendate qualcuno si sporse a guardare e il padrone pi di tutti fu ossequiente a quel segnale. Una guardia, dalla riva fece cenno di attendere; disceso nella lancia il nostro and a prenderla e la condusse a bordo.
Il pi taciturno dellequipaggio, il Cia, quasi fosse convenuto che dovesse coadiuvare il padrone nella manovra, scovato non so dove un bicchiere di latta smaltata, si fece incontro allospite col fiasco, avvin abbondantemente quella specie di coppa e sfoderando un sorriso assolutamente inedito, lo salut come se ritrovasse il pi caro degli amici. Cominci a decantare la bont dei vini dellElba e non so che altro costringendo cortesemente a bere il nuovo venuto il quale, sopraffatto da tanta cordialit, si sent sbollire la burbanza professionale.
Sapete, il permesso ci  scaduto (cominci il padrone facendo latto di frugarsi addosso come volesse estrarlo, ma non cavando mai nulla) e volevamo rinnovarlo stassera, ma siamo giunti in ritardo. Vedete?  andato subito in paese quello l (e si rivolse a me, ma in tale modo che non mi fu possibile nemmeno annuire, tanto limposizione di appartarmi e tacere era evidente nel suo sguardo), ma la Capitaneria era gi chiusa e ha dovuto tornare senza.
Mi strapp il fagotto che tenevo ancora in mano chiss mai perch, e continu:
Guardate, ha comperato persino il pane fresco nello stesso tempo... e, se voleste favorire con noi, possiamo offrirvi un po di buon formaggio pizzicato. Se poi ci faceste lonore, a momenti si prepara la cena, un po di stufatino, alla marinara si sa, come si usa a bordo...
Le parole non sono forse le stesse, perch la loquela nei marinai liguri  talvolta piuttosto impacciata e punto cerimoniosa, ma a seconda delle circostanze suppliscono con gesti eloquentissimi, che tradotti in frasi suonano appunto cos. Pensavo di dover confermare la bella bugia parlando della corsa in paese, ma le divagazioni provvidenziali del discorso me ne dispensarono e daltra parte la mia consegna era pi facile come mi era stata imposta anche con un urtone, dato come sbadatamente, ma a tempo.
Unaltra barca intanto stava per partire e il milite doveva verificare le carte anche a quella. Tutto premuroso il padrone lo trasport a bordo dei partenti, asserendo che fra due giorni al massimo, di ritorno per un nuovo carico, avrebbe fatto il permesso anche per questa volta, ma gli dette in fretta e col sistema delle divagazioni, ragguagli cos vaghi, e indicazioni tanto incerte, che non avrebbe mai pi potuto individuarci.
La pi brutta avventura era passata. Nel contempo si era salpata lncora e mentre si preparava la vela, tornato il padrone, si diede la stura allallegria per lo scampato pericolo con la partecipazione di tutti, commentando e assentendo quando si concluse:
 un buon figliolo quello, un galantuomo...
A brevi bordi bisognava rimontare il Corvo e, finalmente senza orgasmo e senza eccitazioni, alzata la vela ognuno si avvicin alla cucina accoccolandosi sulle calcagna per godere lodore dello stufatino e prepararsi a tuffare la forchetta nel paiolo mordicchiando la galletta croccante.
Fu lunico momento in cui potei alzare lo sguardo sulle Apuane. Nessun richiamo da terra, non laccorato suono dellAve che proprio l innanzi a noi, dove Luni risorgeva nel ricordo di Dante, commosse il poeta nellora che volge il disio, ma uno sciabordare lento di acque e un leggero frusciare di spume e il silenzio che con la stanchezza e il tramonto pareva disceso nellanima dei naviganti.
Sugli sventramenti delle cave bianche permaneva un luccicore che sospendeva nel cielo un residuo di riverbero solare. Acute e dentate le montagne mantenevano anche in quellora lasprezza che le caratterizza.
Dai canaloni, insinuatasi, lombra discese al basso rapidamente e i poggi, i paesetti sulle colline, la piana lunense, tutto si anner livellandosi nel buio finch non apparvero che lievi biancori sempre pi tenui, sospesi in alto come vaporazioni.
Presso il Corvo incrociammo con una barca che risaliva anchessa.
Lavete scapolata voialtri..., ci gridarono.
Macch. Eravamo in regola, eh come...!
A laltro ha fatto un verbale.
Il vento sospingendoci in opposte direzioni tronc il colloquio. A notte avvenne la traversata del Golfo della Spezia col passaggio tra lisola Palmaria e quella del Tino. Si stavano abbandonando le isole e gi sera rimontato Portovenere, quando lentamente si fece giorno con quella solennit silenziosa che solo dal mare si percepisce, giacch nella sua immensit  lelemento che pi si tramuta, pur apparendo a tutta prima lunico che accetti il sole come il rivelatore del suo volto uniforme.
Il maestrale, tanto amato allandata, ora ci costringeva ad allargarci dalla costa e a tracciare quelle lunghe scale che il bordeggio impone onde risalire ugualmente anche quando il vento non spira favorevole.
Il primo che venne in coperta, appena giorno, si preoccup subito del caff. Il paiolo, dopo il minestrone e lo stufatino, risciacquato a modo, fu messo al fuoco. Sbucato da bassa prua un secondo marinaio fece la sua raccomandazione:
Guarda di farne... che ce ne sia...
Preoccupato poi della scrollatina di spalle avuta in risposta, perch si conosceva la sua mana di trangugiare ingordamente ogni liquido, and a sbirciare la pentola e, manovrando destramente, vi rovesci dentro col mestolo cinque o sei misure dacqua in pi.
Affievolitosi il vento, vi fu unora in cui il ledo rest in calma preoccupando i marinai che temevano di perdere il vantaggio acquistato tanto duramente. Armati i lunghi remi ci demmo ad inseguire scie daria che si mostravano poco lungi collincrespatura dellacqua finch, come il giorno innanzi, il maestrale riprese fresco e costante.
Quando a turno si and a sorbire il caff, lacqua leggermente tinta che ne venne fuori dest i commenti pi irritati che equipaggio deluso sappia mettere insieme. Il disgraziato cuciniere, l per l vittima, non tard a scoprire lingordo il quale, presa la fondina, laveva ricolmata spezzettandovi galletta e mangiandola avidamente prima che sammollisse, per cui si seppe chi incolpare.
La sabbia riboccante dai boccaporti non consent un buon lavaggio di coperta come al solito. Col crescere del vento, visto che la barca appesantita aveva perduto lagilit di sorpassare sfiorandoli i valloncelli delle onde e vi affondava, qualcuno propose persino di buttare in acqua leccedenza del carico, ma non fu ascoltato. Continuando a bordeggiare con cautela, prima dellimbrunire si avvist la penisoletta di Sestri levante, salutata con allegria e si punt su Genova, certi oramai di raggiungerla il giorno dopo nel pi breve tempo finora impiegato in un viaggio alla Magra.
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FINE.
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Racconto 3. VINACCERI ALLELBA.
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Motoveliero.
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Si era rassegnato molto a malincuore a cedere, ma il vino gli era venuto a mancare e i clienti esigevano altri quantitativi, per cui Antonio accett di fare un viaggio celere, di scappavia, prima della stagione dei mosti, oramai prossima, noleggiando un motoveliero. Gli sembrava di tradire il San Marco. Questo suo ledo, giustamente famoso, quando  in secco tra gli altri, li sorpassa tutti per la mole enorme, tutto stiva, capace di portare oltre seicento ettolitri. Le cure che gode certo non vengono prodigate nemmeno a un panfilo poich non sono i lustra-ottoni n i mozzi gli incaricati di tenerlo pitturato e lindo, ma  il padrone stesso che se lo vezzeggia come una creatura di cui sia innamorato, donandogli tali cure, che appare sempre nuovo come fosse pronto per il battesimo.
Fu lui a volerlo cos, a scegliere il legname nel bosco, a tracciare il disegno, a sorvegliarne la costruzione.
Deve essere il primo veliero del Mediterraneo..., pens pi volte ambiziosamente, e nel concepire le proporzioni della velatura come nel sistemare le lande, mise in opera la sua consumata perizia nautica che indubbiamente lo pone tra i pi esperti naviganti. Quando fu tirato, dopo il primo viaggio, sulla spiaggia, fu un avvenimento. La folla dei marinai fece ressa agli argani e il suo arrivo parve una festa augurale, giacch capitan Stagnaro, acciaccato da pi settimane, volle assistervi dalla finestra per parteciparvi anche lui, rendendo felice il vecchio compagno Giambalin che non lo abbandonava mai e che per fargli animo non sapeva pi far altro che parlargli di lontane stoccofisciade e di musciame.
Il ledo noleggiato, al confronto col San Marco, pareva una paranzella. Pass in esso i fusti accidentando per la stiva stretta (chi  abituato ai comodi, si rassegna mal volentieri ai sacrifici) e dovette lasciare quattro botti in coperta per arrivare almeno a centocinquanta ettolitri, quantit che gli occorreva al pi presto per far fronte agli impegni, per cui lo spazio divenne ancora pi ristretto. Quando si volle rendere conto dello stato della camera, ne usc inorridito:
Io vado dormire a bassa prua. Chi resiste a questo puzzo di nafta?
Il padrone, un giovane intraprendente e coraggioso, pronto ad accogliere tutte le novit e a giovarsene per modernizzare e migliorare il suo lavoro di zavorraio e di vinaccere, lo tranquillizz.
Non dubitare che ci dormo io...
E glielo disse tanto pi volentieri in quanto non avrebbe voluto dormire altrove, per vegliare quel motore balzano di cui non era ancora sicuro, ogni battito irregolare del quale lo faceva stare inquieto, sembrandogli presagio di qualche guaio.
Pi tardi, con la pratica, avrebbe riso di questa apprensione, ma egli ancora ignaro di macchine e di motori, in quel complesso di bielle e di pistoni lucidi non sapeva per ora ben districarsi e temeva combinare sinistri, sicch triplicava le sue cure e la sua assistenza. Lamor proprio inoltre, gli imponeva di far buona figura innanzi a quanti lo sfiduciavano e a quelli che non possedendo il suo ardire, lo dileggiavano consigliandolo ironicamente.
La partenza era decisa per le prime ore del mattino; quando salimmo a bordo per vi fu una prima complicazione. Il meccanico, assai esperto di lingua, che faceva del suo meglio ma dava limpressione di andare a casaccio, nel cambiare un cuscinetto logoro aveva aperto, non si sa perch, la valvola del compressore, sicch mancava laria per la messa in moto.
La bombola della Rosa Madre, il motoveliero che ci era proprio di fianco, quando vollero travasare laria, si rivel scarica, e fu necessario allora provvederne unaltra.
Antonio, per quanto fiducioso, cominci a manifestare qualche dubbio. Rassegnato al passo compiuto, lasci in pace per qualche momento la memoria del San Marco per interessarsi a ci che gli accadeva da presso.
La Rosa Madre da quando le fu applicato il motore, non si era pi servita delle vele. Sulla goletta ora, affaccendati per il carico, marinai e braccianti sistemavano ogni cosa e a un dato momento, per calare pesi notevoli da basso, fu necessario liberare la mazza e servirsene da paranco. Sfasciata la vela, questa apparve con rughe profonde e si spiegazz pigra, come meravigliata di quel risveglio improvviso e insperato. Durante la manovra, un grosso topo al quale si veniva rovinando il nido, spicc un salto e sgusci tra le botti. La scena repentina fece prendere tale uno spavento a Babbin, modesto fatica per quella bisogna che, pi agile del sorcio, scapp sulle sartie, finch disceso prudentemente, fugg da bordo per assistere alla cattura dal pontile, dimostrando tale un ribrezzo da suscitare lilarit generale.
Antonio non si lasci scappare linsegnamento:
Ecco cosa capita a chi si serve del motore. Nelle vele fanno il nido i ratti e quando saranno necessarie non serviranno pi...
Morale da conservatore ostinato, come si vede, che nessuno ascolt, tanto pi quando, come la provvidenza, un Tizio offerse una gatta che teneva in un sacco per farla annegare, essendosi resa colpevole di furto recidivo nelle pentole del vicino.
Il capitano del San Marco, un po per labitudine dellordine, un po per limpazienza, andava intanto rassettando la coperta, ordinando ogni oggetto, ponendo a parte la legna, mettendo al fresco la verdura. Quando cerc la cucina, che per la sistemazione del motore nella camera era divenuta ambulante, fu deluso e quasi allarmato di scorgere un unico fornello, sorretto da una latta di benzina vuota. La sua forma lo preoccup. Adattandogli la pentola, divenne addirittura una piramide.
Se ci sar un po di mare, addio minestrone!, concluse malinconicamente.
Dal pontile i soliti oziosi guardavano incuriositi tutti i preparativi.
Portate dei melograni... se ci arrivate. A Ischia li fanno buoni...
Anche i meloni!...
Bisognava lasciar dire. A indispettirsi ci sarebbe stato da ribattere velenosamente.
Il giovane padrone arriv con la bombola, travas laria compressa nel serbatoio per cui laccensione avvenne presto, con uno scoppio formidabile che sgoment persino gli ironici spettatori. Antonio, appoggiato allalbero, rimase muto. Non os fare obbiezioni n dare suggerimenti, ma certo quella specie di tarantella da cui fu preso il ledo sussultante per le scosse alternate, gli produsse come un senso di disorientamento. Ascolt le botti che gli pareva tinnissero battendo luna con laltra; si prov a spostarsi e infine rest a contemplare incuriosito la pancia che in qualsiasi positura, in piedi, seduto o coricato, subiva loscillazione ritmica degli scoppi.
Si baller sempre a questo modo?, chiese infine al meccanico.
Un marinaio, indifferente, sera messo a far trucioli scorticando col coltello pezzi di tavole per accendere il fuoco. Quando fu attizzato, studi accuratamente la sistemazione pi solida del fornello presso la lancia, vi pose la pentola e mi sugger di darvi unocchiata perch non era sicuro della stabilit.
Il meccanico, dopo dieci minuti di marcia, assicur che tutto andava bene; spense e riaccese a riprova, e lasci il suo nulla osta.
Pur di partire Antonio non trov da osservare nullaltro. Da buon marinaio, sentendo il vento fresco, fece calare lantenna e ci demmo a terzarolare la vela legando concordi i matafioni.
Appena scostati girammo subito la punta, non prima per che i curiosi gremissero il molo per osservare la partenza, come si trattasse di chiss quale avvenimento di cui fosse necessario serbare memoria. La velocit era buona. Issammo la vela che sinturgid subito e spinti dallelica e dal vento affrontammo discreti cavalloni che facevano impennare la barca con forti stratti, suscitando col beccheggio ventagli di spruzzi per tutta la coperta.
Il mio cmpito non era il pi facile. Tra la danza e il tremolo, la pentola minacci ogni cinque minuti di rovesciarsi. Per quanto studiassi diverse posizioni, mi tocc sorreggerla a lungo per non rischiare di vedere compromesso il pranzo, e dovetti rassegnarmi a tenerla sino a cottura ultimata.
Antonio, calcolato che si filava almeno a sette miglia, smise il suo pessimismo e non pens pi ai sussulti. Mentre mangiava osserv ridendo la minestra agitarsi e ballonzolare nel piatto, quando pens di posarlo sulla copertura della camera, e si divert infine quando il marinaio, provatosi a bere a garganella col purone, si inaffi il naso e la gola senza riuscirvi e fin col succhiare come un bambino.
Tutte le barche sulla nostra rotta, persino i motoscafi, li lasciammo indietro. Raccolti allombra, mentre il padrone restava alla barra anche per vigilare meglio sul motore e discendere ogni tanto ad alimentarlo, Antonio non pot dimenticare il suo ledo.
Col San Marco, a vele, in quattro ore perderemmo di vista tutti. Quante volte abbiamo fatto la prova?
Il marinaio interrogato assent non solo per compiacerlo, ma anche per testimoniare sul serio la virt eccezionale del ledo corridore.
 comodo, ma non metter mai un motore al San Marco fin per concludere Antonio.
Non credi che di questo passo faremo notte sulla Meloria?
Bisogner camminare per arrivarci...
Allalba chiss che non si avvisti il Giglio.
Allora le rade romane le traverseremo di giorno?
Belle, vero?
Non avrei creduto trovare in bocca ai compagni un elogio per quelle rade deserte e brulle. La nostalgia di esse in me era acutissima. Erano un po, cos piane e uniformi, le coste dAfrica come savvistano di lontano, senza profili precisi, sterminate e monotone, eppure tanto suggestive. Ma per quelle rade avevo ben altri ricordi e seduzioni.
Se passeremo a terra su Fiumicino, voglio notare se si avvistano le rovine di Ostia.
Quella massa bianca, di marmi spezzati e rovine calcinose, nellagro squallido e malarico, per secoli e secoli aveva richiamato tutti i naviganti. Scendevano incuriositi, la raggiungevano faticosamente camminando tra gli acquitrini e gli sterpi e scoperto chera una citt abbandonata, prendevano tutto ci che pareva loro prezioso, aiutando gli elementi naturali nella rovina. Per questo migliaia di lapidi e frammenti di esse si trovano in molte regioni anche del Nord-Europa, da dove navigatori audaci si sono partiti per costeggiare il Tirreno.
Antonio aveva per suo conto ben altri fatti, e ben altrimenti favolosi da narrare. La guerra in Adriatico, per anni, il salvataggio del popolo serbo, i siluramenti. Nessuno ha mai saputo della sua croce di guerra, delle sue peripezie di timoniere, costretto qualche volta a suggerire correzioni di rotta per la sicurezza della nave...
Una goletta napoletana apparve sullo stesso cammino. Scambiammo saluti rasentandola. Lavevamo lasciata dietro da poco, quando il motore cess di sussultare. Nessuno si lagnava ormai delle scosse alle quali si era presto fatta labitudine. Il padrone, sparito nella camera, non rispose subito alla prima interrogazione. Quando comparve, il viso unto e avvilito arrest ogni nostro commento. Aveva nelle mani del metallo bianco, colato e rappreso come le stalattiti di sabbia dei bambini.
Il cuscinetto si  fuso unaltra volta... bisogner nuovamente farlo cambiare...
Nessuno aveva diritto di muovergli qualche rimprovero. Antonio, interdetto, non seppe chiedere se era impossibile proseguire; lo cap senzaltro e sugger:
Appoggiamo a Portovenere.
Lestrema punta del Golfo della Spezia ci era di fianco; piegammo verso la sua apertura. Due ledi di zavorrai, avviati alla Magra, ci riconobbero.
Avara?
Avara!
La Grotta Arpaia apparve con la sua fauce franata finch passammo la Bocca Stretta per sostare nella baia di Portovenere. Bisognava rinunciare a Ischia oramai.
Per andare a vela allElba  meglio il San Marco, ti pare?
Hai ragione!
E ognuno rest libero da ogni impegno.
...
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In vista della Gorgona.
...
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...
Avevamo lasciato dietro di noi la Palmaria, il Tino e il Tinetto e filavamo assai velocemente verso sud, sorretti da un venticello che pareva errare a caso sulla nostra rotta per renderci felice la navigazione.
Le tre isolette degradanti, s che lultimo isolotto pare pi che altro uno scoglio, ci apparivano oramai tonde, prive di rilievi e di fisionomia, come fossero congiunte a Portovenere e alla terra ferma, in linea quasi retta col promontorio; e il Golfo della Spezia si chiudeva sempre pi col nostro avanzare. Si spiegava oramai alla sinistra, in tutta la sua imponente bellezza, il piccolo sistema alpino delle Apuane.
 uno degli spettacoli pi grandiosi che offra il Tirreno, ed anche i marinai pi rozzi lammirano ogni volta con stupore.
Come sono belle le Grafignane
Quellappellativo grifagno mi fece deviare dalle fantasticherie e dilegu i fantasmi che il pensiero evocava, lasciandosi trascinare piacevolmente, secondato anche dalla corsa ininterrotta del ledo, agile nonostante il suo tondo ventre di barca da carico.
I marinai liguri chiamano Grafignane le Apuane perch contro le vette aguzze pare proprio che le nubi si graffino e si scerpano, e perch i picchi che avanzano oltre i duemila metri, sembrano i denti di un erpice altissimo che rastrelli i nembi e li ricacci nelle valli, negando loro laccesso al mare. La parola  aspra, ma i canaloni scabri e i dirupi orridi che si intravedono, suggeriscono anchessi una idea di ruvida potenza, attenuata appena dai bagliori nivei dei marmi che negli sventramenti delle cave appaiono candidi e lucenti.
Nellozio della beata navigazione, conversando coi compagni, mi lasciai ad un tratto soggiogare dai ricordi di quelle terre:
Aronta
che ne monti di Luni, dove ronca
lo carrarese che di sotto alberga,
ebbe tra i bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e l mar non gli era la veduta tronca.
Fu la figura dellindovino che la fantasia evoc per la prima e mi piacque vedere attenti, quasi ansiosi, i marinai, nellapprendere la storia del mago apuano.
Lo scetticismo col quale vengono quasi sempre accolte le leggende dai naviganti, sparisce quando una causa particolare li commuove e unatmosfera di mistero li suggestiona; la loro curiosit allora non ha limiti e se talvolta la fantasia estende ed esagera i contorni del racconto, essi, pur sempre cos sobrii nelle narrazioni, nemmeno se ne avvedono.
Coi versi sorse anche la figura di Dante. Con quale ingenua ammirazione sentivano essi delle peregrinazioni del Poeta in Lunigiana! Accennai al castello dei Malaspina dove soggiorn lungamente, a Sarzana, a Fosdinovo, e allora uno di loro, aguzzando lo sguardo mi disse per indicarmi il paese:
Vedi l, su quella collina bassa, quel gruppetto di case...?
Nella pausa, durante la quale tutti osservavano attentamente la terra, uno os chiedere:
Ma Dante  esistito veramente?
Le cose grandi agli umili che spesso ne hanno quasi terrore, sembrano, non di rado, creazioni fantastiche, per cui si vuole talvolta persino dubitarne non potendole avvicinare.
Come potrei parlarvi con le sue stesse parole se non fosse esistito?
Ci bast a togliere ogni dubbio.
Altre immagini, altre figure, imparentate con la leggenda o con la storia, passarono nelle narrazioni, e Luni risorse allo sguardo attento dei marinai col suo grande porto, presso la foce del Magra, ove ora vigneti opulenti e campi ubertosi ne cancellano ogni traccia.
La grande vela latina, spiegata sullantenna lunghissima, gonfia di vento, non aveva una oscillazione. La barca proseguiva trasportandoci con una velocit che ci esilarava.
Il marinaio pi anziano, seduto al timone, ci indic al largo con la mano un punto ove, unico riferimento, labile, appariva una vena liscia, indicante la calma.
In quei paraggi vi  la cala dei besughi, ma ormai nessuno pi ci si avventura perch da molti anni sono quasi del tutto scomparsi e la pesca, cos al largo,  rischiosa.
Besughi , nel dialetto ligure, un termine quasi ingiurioso, sinonimo di babbeo o gi di l, ma  altres il nome col quale si indicano pesci squisiti quanto i naselli, gli occhioni, che i pescatori ricercavano essendo una fonte di buon guadagno.
Andare nella cala dei besughi o mandarci qualcuno, ha nel parlare comune un significato ben comprensibile; soprattutto per le distanze iperboliche  tra i pescatori del litorale il termine di paragone preferito.
Il vecchio marinaio ci narr allora che non pi in l dei primi lustri del secolo, facendo arco di orientamento il Tino e una punta delle Grafignane ( questo il compasso, la bussola, il sestante dei pescatori per orientarsi e determinare una localit), raggiungevano quella cala e invariabilmente la pesca era buona. I segreti professionali esistono anche tra i pescatori, per cui non tutti ne conoscevano lesatta ubicazione, e chi andava a casaccio, sciupava tempo e fatica.
Da anni per, pur essendo tornati e ritornati, ben certi di essere al preciso punto, il pesce non si fa pi vedere o  cos scarso da non compensare il rischio; la cala  tanto lontana, che se non si raggiunge con tempo ottimo, c pericolo di rimetterci arnesi e pelle, specie per chi non usa mezzi meccanici, dato che il sopravvenire di una burrasca qui non darebbe tempo a cercare rifugio.
Da fatalisti, come tutti quelli che vivono a contatto con gli elementi naturali, i pescatori senza indagare il mistero della sparizione, han disertato la cala e i besughi vivono soltanto nel ricordo. Emigrazione? Spostamento di centro di fecondazione? Sfratto per movimento tellurico? Misteri che non preoccupano.
Apparve intanto innanzi a noi la Gorgona, da prima come grosso panettone incipriato dazzurro e quindi, col rapido appressarsi, come un rigoglioso ciuffo verde frastagliato di scogliere in qualche punto ripide e impervie.
Giunti da presso, il vento che spirava da terra si allegger sino ad arrivare a folate imprimendo talora alla vela ondeggiamenti da orifiamma. Curiosi di vedere e raccogliere tutti i relitti alla deriva, vecchie doghe di botte, casse vuote, tronchi o tavole, erranti a caso con le correnti, utili per i fornelli, decidemmo in tre di scendere nella lancia, sicuri di non essere distanziati dal ledo per lo scarso vento.
Un marinaio si arm di fiocina per catturare i pmpani, non ostante la mia incredulit per tale pesca. Questi pesci, i fnfani, assai gustosi, col dorso nero, che possono raggiungere anche il peso di un chilogrammo, vivono certamente per molto tempo nel fondo; emergono nellestate e, per proteggersi dai raggi del sole che temono in modo incredibile, si pongono al riparo di qualsiasi oggetto che possa generare ombra.
Avvistammo una cassa e non trovando nessun pellegrino al fresco cominciavo a ridere della fiducia del marinaio, quando, sotto una stuoia fradicia, ne scorgemmo uno.  inverosimile quanto sieno refrattari alle leggi comuni di sensibilit dei loro confratelli, questi pesci!
Sollevata la stuoia, anzich fuggirsene il pmpano pass sotto la lancia, facilitando il gioco del fiocinatore, il quale vibr subito un colpo ma, un po incerto, non riusc a strappare al pesce che parte della coda. Non ostante la mutilazione questo, dopo un guizzo di paura, torn sotto la chiglia per essere, questa volta, vittima del secondo colpo.
Capii che per credere a ci che spesso i marinai narrano, bisogna decisamente vivere con loro, altrimenti non si riuscir mai ad ammettere certi racconti che a noi paiono assurdi. Catturammo altri due pmpani, ma ci che pi ci premeva era avvicinarsi alla Gorgona, alla quale eravamo gi cos prossimi da sentire lo sciacquo delle onde sulle sue scogliere.
Il vento, sempre pi fievole, aveva lasciato il veliero quasi in calma bianca. Essendo ormai rimasto dietro a noi, il suo cammino non ci preoccupava. Arrancammo a tutta forza, trascurando ogni altra cosa, per goderci da presso la visione di quella verde mole, eretta in mezzo alle onde del Tirreno, rigogliosa di vegetazione oltre gli scogli dirupanti.
Non  consentito lapprodo se non a chi  munito di permesso della Prefettura di Livorno, rilasciato facilmente agli studiosi di criminologia, essendo lisola da molti decenni una colonia penale agricola, ma a nessuno  proibito godersi la vista dal mare, assai pi interessante daltronde che non quella dalla collina, che pur elevandosi oltre i 250 metri, offre la visuale di un paesaggio modesto.
Al vaporetto che fa il servizio delle isole, pu accadere a volte di non riuscire ad avvicinarsi a causa del cattivo tempo, e allora la colonia rimane a lungo priva di rifornimento e di notizie. Malinconica sorte quella di questa terra, che ha un aspetto gaio, unesuberante fertilit, una fisonomia ridente! Fu quasi in ogni tempo luogo di espiazione e di pena.
In Gorgona si stabilirono prima i Benedettini, erigendovi un convento che pass poi ai Certosini. I pirati lebbero facile preda perch non pot mai essere validamente protetta. Durante le invasioni barbariche vi trovarono rifugio molte famiglie e a causa di questi nuovi ospiti la disciplina dei conventi soffr gran danno.
Si ricorda lAbate Orosio, commissario apostolico, inviato in missione da San Gregorio Magno per riformare i costumi, e si sa che fin da quel tempo lisola venne destinata alla relegazione degli ecclesiastici incorsi in qualche colpa grave.
Dopo vicende varie, lotte e contese, la Gorgona pass al Granduca Leopoldo che incoraggi pescatori e coloni a popolarla, accordando esenzioni e privilegi, sinch divenne propriet dello Stato Italiano che la destin a colonia penale agricola.
Appressandoci con la lancia, guardammo la Cala dello Scalo e il gruppetto di casupole dove vivono i pochi abitanti liberi, cinque o sei famiglie in tutti, ma pi indugiammo sotto le scogliere ripide a strati talvolta verticali, come un immenso libro chiuso, slabbrato negligentemente. Fummo tentati anche di farne il giro, imbaldanziti dalla calma, sentendoci di fare una vogata di sette chilometri ma, quasi intuendo la nostra intenzione, da bordo ci richiamarono insistentemente e dovemmo tornare.
Parte delle botti che stipavano il ledo erano piene dacqua, servendo questa da zavorra, e ci decidemmo a pomparla fuori per alleggerire la barca e preparare le stive, mentre un po di brezza ci allontanava ora sensibilmente dallisola.
Sullimbrunire, mentre brillava qualche lume sulla costa di Viareggio e occhieggiavano altri da Livorno, e lasciavamo alle spalle, lontano, il faro del Tino, la solitudine della Gorgona, oscura, silenziosa, che spariva nel buio come in un nuovo isolamento, col suo carico di forzati, mi parve a un tratto triste, come una cosa sperduta o abbandonata, che tutti dimenticano e schivano, anche i passanti pietosi.
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A Pomonte.
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Non avrei mai immaginato di averla fatta tanto grossa. Vedere il vecchio Lallin, il pi calmo e bonario di tutti, dare in escandescenze e alzare le mani (e i piedi) sul mozzo, mi fece capire che era stata davvero una cosa grave.
A ripensarci ora c da sentirsi la cosidetta pelle doca, ma in giornate estive, essere in mezzo al mare e rinunciare alla tentazione di un tuffo, non  cosa facile. Nelle prime ore pomeridiane, siccome la colazione a bordo ai velieri si fa normalmente alle dieci, il padrone nella camera e due marinai a bassa prua, se ne andavano a dormire profittando della calma quasi assoluta. Rimanevo in coperta solo col mozzo, una specie di scimmiotto, nelle mimiche e nellistinto, intelligentissimo, pronto a rifare atti e azioni di chicchessia. Era la sua, quasi direi, superbia, volendo dimostrare ogni volta, con presunzione infantile, chera alla pari degli altri; fatto tanto inspiegabile sui velieri dove i mozzi sono pi soggetti agli scapaccioni e alle pedate che alla confidenza.
Appena certo che i compagni quietavano, legata la barra, tiravo la lancia, sempre a rimorchio, sotto bordo, e vi legavo un lungo tonneggio di lisca, leggero e quindi quasi galleggiante. Data la lievissima brezza il ledo avanzava lentamente, sicch nulla dovevo temere, e perci, da prua, con un bel guizzo sordo, mi cacciavo in acqua indugiando a lente bracciate intorno alla barca e terminando poi con laggrapparmi al tonneggio e tirarmi su, quandero ben fresco e la barca mi sorpassava.
Potei fare limpareggiabile gioco il primo giorno tranquillissimo, in mezzo al Tirreno di cobalto, inseguendo bianche trasparenze di raggi nellazzurro del mare, coi tuffi ripetuti, bene al largo, appena in vista della Capraia, ma il secondo giorno, dopo aver tirato il tonneggio ed essermi steso sulla coperta a seccare al sole cocente, quel gaglioffo di mozzo mi scimmiott senza che me ne avvedessi.
La barra legata manteneva da s la rotta a sud e solo qualche bava daria, per traverso, esigeva a volte che ci si badasse per correggere la direzione. Stavo quasi per assopirmi nella calura, quando dal mare arrivarono le grida del ragazzo. Saltato nella lancia e liberatala, potei raggiungerlo subito, gi spaventato, a una cinquantina di metri dal ledo che si allontanava sempre pi sensibilmente.
Il tramesto fece sporgere Lallin dal boccaporto, infastidito per il disturbo. Resosi conto dellaccaduto, gli scappellotti fioccarono in uno coi fiotti di parole sprezzanti che per i mozzi sanno facilmente accozzare tutti i vecchi marinai.
Intervenuto per giustificarlo, fu la mia volta. Cominci a gridarmi di pescicani e dogni sorta di pericoli, facendomi quasi vedere attorno al ledo torme di mostri voraci, con le zanne aperte per incutermi terrore, e si accalor talmente che anche gli altri due si destarono e vennero in coperta per aggiungere, seccatissimi della sveglia, i loro rimproveri e i loro improperii. A conclusione Lallin afferr un bugliolo e:
Se vuoi fare il bagno, eccolo qua, ti inaffier io tutti i giorni...!
E avendo finito per farlo ridere delle sue stesse paure, mi godetti ripetute e abbondanti abluzioni, schizzatemi addosso con tutti i secchi e le votazze della sentina, ma non fu pi possibile alcun tuffo.
Ci appressammo allElba arrivando sullimbrunire allaltezza del capo SantAndrea, distinto pel suo faro bianco. Un po maneggiando i lunghissimi remi di bordo e tirandoci da prua con la lancia, un po aiutandoci con la brezza serotina, girammo su Chiessi, oltrepassato il quale fummo di fronte a Pomonte, punto di carico per noi, e ci ancorammo al buio.
Nessuna rada n calanca, ma solo il degradare di una amplissima valle segna Pomonte, visibile a noi nel buio per loscillare di qualche tenue lume. Il sensale ci aveva scorti e urlava dalla scogliera non so che, dando appuntamento al padrone che rispondeva a monosillabi, rassicurandolo.
Appena apparve un balugino dalba sul massiccio del Monte Capanne, gi tutti in faccende, tirammo la barca sotto gli scogli. Approfittando di una corsa del padrone alla casa del sensale, mi spersi tra i vigneti che si spingono sino alla riva, per tentare qualche acino molle, e gironzolai presso i casolari sparsi ascoltando senza esser conosciuto, i commenti degli isolani sulla nostra venuta.
 la barca di Giovanni, credo... Fa lultimo carico prima dei mosti.
 il figlio di quello che adott il sistema del tubo per travasare il vino, neh? Che lavoraccio quando bisognava caricare gli otri sulla lancia e far la spola... Nhan fatto pi duna delle ciucche, come dicono lor genovesi, i nostri pesci...!
Se  lui a bordo ci ha sempre dello stoccofisso buono.
...e delle gallette... Son proprio speciali le sue!!
La mia esplorazione antelucana non era finita, ma occorreva sbrigarsi per profittare del bel tempo, altrimenti il carico sarebbe stato impossibile, cos fuori dogni riparo, e ci affrettammo anche per allestirlo in un giorno poich il lungo permanere della luce ci consentiva di lavorare per molte ore. Mentre due sistemavano la barca poco discosto da una roccia in declivio, issammo in alto, sopra una rupe a piattaforma, una tinozza, e facemmo scorrere il lungo tubo di collegamento per usare il gi decantato sistema dei vasi comunicanti, mentre vicine si sentivano le grida dei portatori che si davano la voce e si avviavano alle cantine procedendo tra le sonagliere delle bestie da soma.
La larga tinozza fu piazzata in luogo sicuro, di facile accesso. Il tubo, in linea retta, partiva da essa e sorpassato un breve tratto di mare sorretto a unantenna, finiva a bordo dove era possibile introdurre lestremit in una botte o nellaltra della stiva.
I primi a giungere furono tre somarelli. I portatori slacciarono gli otri in bilico e slegata lapertura inondarono la tinozza senza sbattere le pelli affloscite. Il mio ufficio consisteva nel sorvegliare questa operazione, tenendo conto del numero degli otri.
Sta attento che i ludri li vuotino a modo e guarda di non sbagliarti nel numero, perch  lunico controllo.
Finalmente imparavo che coserano i ludri, parola gutturale nel dialetto ligure che contiene un suono di liquidi smossi in qualche pelle o in qualche stomaco... e finalmente ne comprendevo la propriet... sapendo con quale sprezzo si definisce cos un sozzo bevitore.
I portatori furono presto una catena e allora il vociare fu ininterrotto. Erano parole quelle che si rivolgevano, in toscano sguaiato, o serque dinsulti e di bestemmie? Li ascoltai alquanto, finch nauseato di quellarrabatto di parolacce sconce, dandomi pi autorit che potevo (almeno nel tono della voce) imposi silenzio e discrezione.
Rimasero l per l perplessi a quel richiamo. Con un paio di occhiali neri, una penna che scriveva di continuo senza necessit di calamaio, in calzoncini da bagno, lunico indumento mantenuto da che ero salito a bordo, per aver modo di abbrustolirmi bene, con in testa un fazzoletto annodato ai capi, per nulla di forme erculee, dovevo avere unaria non importante, ma sconcertante assai...
Il pi sbraitone, che tempestava lasina dalla quale non poteva tirar gi gli otri, rosso e grasso, cerc di guardarmi negli occhi, sospendendo persino un attimo loperazione, ma non scorgendoli sotto i vetri neri, simpunt tra adirato e faceto per dirmi:
Sapete...  il nostro modo di pregallo quello lass...
Non so che differenza fareste voi per a chi vi desse del villanzone e del marrano, cos per sollecitarvi...
Continuai a dissertare un bel po profittando dello stupore per la novit dellosservazione, e della soggezione che forse incutevano i vetri neri. Sta di fatto che i sopravvenuti e gli altri tutti, certo preavvisati dai primi lungo il cammino o nei crocicchi, non riuscendo a parlare senza impegolare le parole di brutture, compivano quasi tutte le operazioni in silenzio, non mancando poi di dolersene tra loro o col padrone e facendo le meraviglie col Lallin al quale chiesero:
A bordo, fa lo stesso?
Si scorgevano asinelli e cavallucci con la soma degli otri su tutti i viottoli, traversare i vigneti, scendere dalle alture, giungere dalla valle. La capace tinozza si colmava e vuotava di continuo, mentre a bordo ad una ad una le botti si riempivano. A sinistra una cava di granito abbandonata aveva lucentezze abbaglianti sotto il sole di un calore furioso, ma i vigneti opulenti ricoprivano di verde tutta lestesa vallata, gi carichi di grossi grappoli che bevevano il sole per la maturazione, preparando la ricca vendemmia elbana.
Qualche ozioso si avvicin alla tinozza. Facendo scivolar due gallette ottenni da un monello il furto di alcuni grappoli gi teneri, scelti in qualche soleggiato vigneto primaticcio a lui ben noto, bottino proibito fino alla raccolta e guardato con gelosia, quasi con ferocia.
La galletta faceva gola anche a qualche adulto tanto che, insensibile al prestigio degli occhiali neri, un tipo aitante di scroccone, con una certa alterigia mi disse:
Fate mandar su un po di galletta... oh!...
Gi, noi porteremo le gallette e voi ci metterete i galletti, vi va?
Storse il muso, grugn, ma non si rassegn. Abbordato il padrone e infastiditolo, ottenne la delizia cercata e se ne part facendomi le beffe del trionfatore.
Nel pomeriggio, mentre si lavorava febbrilmente per terminare il carico innanzi sera, vennero altri adoratori della tinozza e si disposero intorno. Il pi ardito chiese:
E dove igli il gotto? Fallo portare.
Mhan dato ad intendere che ci fa buono nella vostra vigna, sar poi vero?
 il migliore di Pomonte... La vede lass la mia casetta? Tutto il sole  suo.
Stavo scoprendogli i segreti della sua cantina ancora provvista per invitarmi a una libazione e scornarlo, quando il padrone, prevenuta la mossa, fece portare il bicchiere e glielo porse osservandomi in dialetto serrato:
 un uso, caro mio. Adesso, di mano in mano che han venduto la loro parte, verr pi duno a farsi la sbornia alla tinozza, col suo stesso vino.
Vera tra i portatori un giovane cordiale, con una cavallina agile e snella. Finito il trasporto, il padrone lo preg di caricare i barili dacqua per la provvista di bordo e allora, senza abbandonare gli occhiali, ma con camicia e calzoni in pi, montai in groppa alla bestiola e feci la mia prima cavalcata, lasciandomi dietro il simpatico giovanetto e passando quasi trionfalmente tra le sparse case del borgo, per raggiungere la fontana.
Vidi una semplice chiesetta con la facciata decorata da lapidi pompose, non officiata, essendo il borgo una lontanissima frazione della parrocchia di Marciana, e, finalmente, sotto una enorme crinella di strame, una donna. A bordo mi dissero poi ridendo che alla venuta dei forestieri, in quel paese, le donne vengono mandate al bosco o chiuse in casa. Prudenza forse giustificata, ma per me piuttosto malignit di marinai. Tornato presso la barca tutto era gi pronto per la partenza. Con unaria incivilita da stracittadino autentico, un monello in calzoncini attillati diceva a un altro, l sulla piazzola overa la tinozza, continuando chiss quale discorso:
Siete contadinacci di Pomonte! Venite a Marina di Campo se volete vedere il mondo... Abbiamo anche la luce elettrica...
Fu distribuita ancora qualche galletta a quei cari mariuoli, escludendo di proposito il cittadino di Campo, e riprendemmo il mare col maestrale.
Lallin rimestava non so che tra i fornelli dai quali saliva un profumo soave: cera un galletto per davvero. Lontanissima si avvistava Pianosa, come una lieve ombra azzurra emergente dal mare nel crepuscolo e, allontanandoci sotto lultima luce, il Monte Capanne col suo cocuzzolo di roccia appariva con venature doro.
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Intorno alla Capraia.
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La prima volta che ci trovammo in vista della Capraia diretti a sud, ostacolava la nostra corsa un noiosissimo scirocco. Oltre a contrastarci il cammino, il vento aveva agitato il mare, per cui bisogn issare la lancia, sempre a rimorchio, onde evitare il pericolo di perderla, ed assicurare ogni cosa in coperta sigillando bene i boccaporti.
Il polaccone, teso eccessivamente, in una raffica pi violenta, sbandierando strapp la drizza e ci volle del buono a rimetterlo a posto; valse a ci la perizia di un marinaio che, strisciando sul bompresso, lo rassicur, incurante del beccheggio.
Nonostante che qualche onda, per lo sprofondare della prua nei vuoti improvvisi, schiaffeggiasse le murate e salisse a strisciare sulla suola sino allalbero, il tempo non poteva dirsi cattivo. Scirocco passaggio, non duraturo, diceva il padrone affatto timoroso, soltanto seccato di dover restare un giorno di pi in cammino ed essersi staccato dalla rotta.
Avvicinandoci molto allisola nel bordeggiare, proprio di fronte alle case di Capraia, potemmo osservare bene il paese, che appare da lungi quasi una cittadina, steso attorno a una piccola baia col suo riparato porticciolo. Molte costruzioni aggruppate insieme formano un primo agglomerato che costituisce il centro attorno al quale si spargono altre case sempre pi staccate, dallaspetto ridente, un po come i tanti borghi liguri che si scorgono sulle due riviere, aventi ciascuno un nucleo compatto di case ai piedi delle colline, sulla riva, e sparse sulle pendici altre costruzioni sempre pi rade di mano in mano che si sale.
Un marinaio, il pi anziano, quasi cercasse con lo sguardo di individuare un oggetto a noi invisibile, perch confuso con le altre costruzioni, mi osserv:
In Capraia c la chiesa di San Nicol di Bari come sulla penisola di Sestri Levante, sai, quel santo del miracolo dei bimbi messi in salamoia e venduti come pesce. I nostri vecchi ci hanno sempre detto che le due chiese le ha costruite lo stesso ingegnere.
Questa dellingegnere, si sa,  una espressione moderna assai per lepoca in cui sorse la chiesa trecentesca di San Nicol su lallora isolotto di Sestri; ma la conoscenza di un simile avvicinamento, tramandato per tanti secoli dalle leggende marinaresche, minteress. Impossibile appurare il vero, perch certamente il fatto di aver dedicato ciascun paese la propria chiesa allo stesso patrono, indusse i pi a fare la supposizione e il raffronto e a ritenerne autrice la stessa persona, forse per qualche somiglianza architettonica.
Difficile contraddire i marinai nelle loro idee e nelle loro persuasioni e pi ancora cercare di ottenere risposte ai quesiti che di conseguenza si affacciano. Ripetono linformazione avuta forse in un giorno dinfanzia, quasi sentissero il dovere di tramandarla, come tutto ci che  patrimonio comune e che si sperde se nessuno lo rinnova. Cercai quindi inutilmente di avere altre notizie, ragguagli o almeno impressioni sue. La vita di San Nicol di Bari e le vie di navigazione costiera tenute a quei tempi dai nostri marinai, non sono estranee a queste relazioni. Le coincidenze di certi fatti, comuni a chi praticava la stessa vita e svolgeva la stessa attivit, come gli amuleti del santo che ancora oggi si ritrovano insieme alle immagini sacre dei suoi miracoli, in molte case di pescatori di quasi tutte le riviere italiane, creano avvicinamenti impensati e dnno luogo a supposizioni spesso molto ardite.
Avevamo camminato tutta la sera e parte della notte con una velocit insolita, sorretti da buon vento, diretti a nord. Salendo in coperta verso le due del mattino, non del tutto orientato per il notevole percorso fatto, fui meravigliato di scorgere innanzi, un po a sinistra, un lume chiaro. Il timoniere, intuendo la mia domanda osserv:
 il faro di Capo Corso; la terra pi vicina in questo momento  la Corsica.
La notte limpida mi permise, dopo avere fissato a lungo in quella direzione, di scorgere lungi il profilo montuoso del promontorio isolano. Quasi dietro di noi si scorgeva un altro lume pi tenue, che allora identificai per quello del Capo SantAndrea dellElba.
Siamo a mezzogiorno della Capraia, troppo al largo per esserci buon vento per noi. Aiutami a mutar la vela, che tiriamo un bordo su lisola. Se andiamo avanti cos, ci troveremo in calma nella giornata e forse col vento contrario la notte prossima.
Lalbero del ledo  inclinato verso prua: barca ed alberatura sono caratteristiche del Golfo Tigullio, n si trovano altrove. La manovra fu abbastanza facile, data appunto linclinazione dellalbero, se pur faticosa per lo spostamento della lunga antenna appesa alla quale sta lenorme vela latina, la pi ampia che si spieghi ancora sopra un veliero in proporzione dello scafo.
Dal brillare dei due lumi opposti, quasi pi che dalla bussola, misuravamo il cammino della barca, abbastanza agile nonostante la sua forma pingue di barca da carico.
Verso lalba, gi vicini alla mole bruna della Capraia, scorgemmo in direzione di terra dei gozzoni. Il mare attorno allisola  ricco dogni sorta di pesci e le acciughe vi abbondano al punto che da Sestri Levante, da Santa Margherita e da altri centri pescherecci liguri, durante la buona stagione i pi audaci pescatori si trasferiscono in quei paraggi e continuano la campagna di pesca gi al termine sulle loro coste.
Buttano le manaite nelle cale che gi conoscono o che presto riescono ad individuare, salpano e smagliano provvedendo subito, a bordo, alla salagione nei barili, che stipano sotto coperta. Non scendono a terra tutti i giorni, ma solo ogni tanto, pi che per le provviste, per asciugare le reti, perch non si sciupino troppo nel continuo lavoro senza mai ripulirle nellacqua dolce, e per ripassarle e rammendarle.
Da qualche anno per i pescatori si sono fatti radi; le preziose acciughe si direbbe che abbiano disertato quelle cale come molte altre o si presentano fuori stagione e meno copiose, per cui la spesa e il rischio non sono mai compensati dallutile. Solo vi si avventurano ancora ogni tanto i pi audaci, ma il loro ritorno poco lieto non incoraggia gli altri, quelli che preferiscono attendere buone novelle per varare e non rischiano se non a colpo sicuro, e sono i pi.
A proposito della pesca il timoniere ebbe a dirmi:
Da noi i delfini sono una dannazione per le reti, ma qui, ai delfini si aggiunge qualche volta il bue marino, e ti posso assicurare che  peggio assai dei primi. Meno agile e pi pigro, preferisce mietere nelle reti che appartarsi o inseguire gli sciami; greve e tozzo com, dove passa  uno sfacelo.
Il bue marino  la foca mediterranea, per noi animale favoloso, da termine di paragone, ma sulla Capraia  ospite ben acclimato. Questa specie di tricheco, tardo e grave a terra, nel triangolo del Tirreno, tra le isole Capraia, Corsica e Sardegna vive e si riproduce se non prolificamente, in modo per da farsi vivo e riapparire ogni tanto anche presso le coste meno deserte.
Esistono in Capraia vecchi pescatori che ne hanno catturati parecchi e persino chi riusc a prendere loro la nidiata, cosa tuttaltro che facile e talvolta non priva di pericoli. Farsi narrare dai marinai in che modo si sbarazzino di questo loro nemico,  quanto mai interessante.  unatroce beffa che gli fanno, poich oltre a toglierlo di mezzo, lo vendono poi vivo a taluni incettatori di bestie da circo, in modo che il disgraziato animale, dalle solitudini indisturbate del Tirreno  costretto a passare nelle gabbie delle rarit zoologiche, per attirare con le sue forme goffe e gli abbaiamenti sgangherati, la curiosit dei visitatori.
In un punto deserto dellisola, in faccia alla Corsica, dove la scogliera strapiomba per un buon tratto con una parete quasi verticale, esiste una spaccatura assai profonda chiamata dai pescatori la grotta del vecchio marino che serve da tana alla foca;  tra le localit dette la Manza e il Trattoio.
Nella grotta assai larga, si pu accedere dal mare con una piccola barchetta. In fondo ad essa, nellacqua limpida, si specchia il greto di una spiaggetta, dove lanimale viene a dormire o a depositare i suoi nati. Come si sa,  un anfibio ed ha bisogno della terra e dellaria.
Se ne scopre la presenza, e si d lallarme, appunto per le emersioni che  costretto a fare, tradendo cos la sua venuta. I pescatori preparano allora una breve rete di solida corda con nel centro una sacca, si appostano silenziosi con le barche allapertura della grotta nella prima ora del pomeriggio, quando lo sanno addormentato e la sbarrano con lo strumento insidioso. Quando la rete  ben tesa viene sparata nellantro una fucilata. Lanimale, impaurito, si rotola sul greto, fugge a precipizio nuotando, si ficca nella sacca alla cieca e vi simpiglia dimenandosi con furia, e sbattendo le pale ad elica finisce per legarsi tanto solidamente da solo che, tratto nel porticciolo e portato allasciutto, sono costretti a liberarlo tagliando le funi.
La cattura costituisce sempre un avvenimento e quasi una festa. La barca col mostro che pu superare talvolta i due quintali, rientra con la bandiera alzata. La foca poi viene tenuta prigioniera in una gabbia mezzo sommersa, in attesa di ben altre avventure.
Capraia, assai pi lontana dal continente che dalla Corsica, fu quasi sempre soggetta a Genova.
Come tutte le isole, in origine ospit dei monaci e anche nei nomi di certe localit si pu trovare ancora oggi tracce della loro vita. Il borgo, per essere pi protetto e nascondersi agli occhi dei naviganti, sorgeva da prima nellinterno, presso la Chiesa di Santo Stefano, della quale ormai non si trovano che dei ruderi. Un sasso, chiamato il Desco dei morti, ci riporta a tradizioni isolane che resistettero tenacemente, come quelle delle nenie funebri, le quali ricordano i voceri corsi, ma che ormai vanno del tutto scomparendo anche perch i Capraiesi preferiscono la vita del marinaio a quella del contadino e lasciano che nella loro isola emigrino Sardi ed Elbani.
Attualmente il paese non supera i cinquecento abitanti, ma vi fu un tempo in cui oltrepass i duemila. Il borgo, per lampiezza delle costruzioni sorte quando vi era la manifattura dei tabacchi, inganna sulla sua entit. Tolta questa industria, vi fu costituita una colonia penale agricola, grazie alla quale gran parte dellisola  ora fertilizzata e i prodotti della terra sono pi che sufficienti ai bisogni di tutti gli abitanti. Il vino, specie il rappo, richiama nelle calanche qualche vinaccere che lo apprezza quanto quello elbano.
Tra le sue sventure peggiori, Capraia ricorda le incursioni piratesche, dalle quali non poteva difendersi. Alcuni santi e i loro seguaci, subirono il martirio per mano loro, e Dragut, uno dei peggiori pirati del medio evo, dopo avere saccheggiato e distrutto ogni cosa nel 1540, part recando schiavi oltre settecento abitanti.
La costruzione pi notevole e ben conservata  il forte San Giorgio, che protegge, da uno sperone avanzato, il paese e il porticciolo. Sebbene sulla sua erezione i pareri sieno discordi, si pu far risalire il completo riassetto al Banco di San Giorgio che possedette lisola dove la Serenissima fu sempre presente.
Il dialetto  ancora un ligure imbastardito, differente assai dal toscano parlato nelle isole vicine.
La Chiesa  sempre dipendente da Genova, ed  questo lunico legame che unisca ormai Capraia alla Superba, essendo passata alla provincia di Livorno.
Questisola collinosa che appare in talune parti arida e brulla, sembra in certe ore un immenso cetaceo smarrito nella solitudine marina. Vi approdarono in ogni tempo profughi, avventurieri, esuli e sognatori, da Innocenzo VI al ribelle Paoli, da Nelson al fuggiasco Guerrazzi, e ogni nostro ritorno lungo i suoi dirupi o in vista delle caratteristiche torri di vedetta, sperdute sulle punte, segna come lavvicinamento verso quellinfinito senso di irraggiungibili lontananze che chiudiamo in noi!
A giorno fatto ci trovammo fuori del vento, di conserva con un navicello viareggino rimasto anchesso in calma quasi a ridosso dellisola. Tanto  semplice lattrezzatura del ledo, altrettanto  complessa quella del navicello. Con tutte le vele spiegate questa barca che sincontra sempre a caricare marmi a Marina di Carrara,  tra le pi pittoresche, mentre la nostra  tra le pi sobrie e stilizzate nel disegno dellunica vela.
Dandoci la voce decidemmo una calata insieme sulle scogliere della Capraia in cerca di molluschi. Raccogliemmo enormi patelle, troppo dure per per essere mangiate crude come quelle che si raccolgono sugli scogli del litorale dove molti si riversano nella buona stagione. Labbondanza del pesce ha fatto s che questo frutto gustoso sia del tutto trascurato insieme ad altri, per cui raggiunge proporzioni per noi inverosimili.
Superato il punto della calma, girammo proprio in faccia al paese passando sotto la poderosa mole del forte San Giorgio. Allontanandoci sfiorammo Le Formiche, scogli insidiosi emergenti poco lungi dallisola, dirigendo verso la Gorgona appena visibile.
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Approdo a Marciana.
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Il vento che aveva scarseggiato a lungo su Montenero, sopra Livorno, oltrepassata la punta sera rifatto fresco sicch il ledo aveva unandatura da corridore. Inzavorrato, per le botti piene dacqua, reggeva cos sicuramente il mare che il suo procedere non aveva un sobbalzo n savvertiva rullo o beccheggio. Lievemente incurvato a destra, tanto che dagli ombrinali saliva lacqua, sciabordando sotto la chiglia della lancia che sin dalla partenza avevamo issata in coperta, manteneva linclinazione costantemente, facendo stupire il Negrino, il quale esclamava ogni dieci minuti:
Che tempo!
Il volto di questo marinaio, tutto una trama di fossatelli rugosi, stesa come rete capricciosa sulla pelle bronzeo-scura, diceva da solo quanta esperienza poteva avere.
Ne ho fatte delle traversate, ma come questa... mai!
Nonostante il viso cos fortemente scavato, il Negrino non era poi tanto vecchio. Il mare e il sole hanno sulla pelle dei marinai una influenza tale che spesso taluni appaiono vecchissimi poco oltre i cinquantanni. Sulla sua esperienza per e su quanto affermava, non vera da dubitare.
Appena saremo su Palmaiola vedrai che il vento cambia. Ma il canale  sempre animato e, se soffia, questa sera saremo a Marciana.
In quelle prime ore pomeridiane, le pi oziose, in coperta non cera nulla da fare per cui eravamo soli. Dal boccaporto quadrato di bassa prua emerse ad un tratto il torso del Dria. Stette immobile qualche minuto attizzando il sigaro e aspirando qualche boccata, poi, riflettuto forse chera un peccato dormire con quel tempo, si rincalz stringendosi i calzoni e sal anchegli in coperta.
Giacch il tempo  buono  meglio passarcela bene. Quando si tribola ci contentiamo di quello che capita, perci... Non vi pare Negrino?
Il Dria ragionava con giudizio e il Negrino assentiva.
Non sono ancora le tre, mi pare un po presto per pensare alla cena.
Il sopraggiunto mi guard col suo sorrisetto arguto facendo un gesto con la mano, pi espressivo ancora del sorriso:
Vedrai che quando sar pronta, mangerai tu pure.
Da cuciniere diligentissimo ispezion i fornelli, limprovvisata cambusa sulla lancia, i ripostigli tra le botti, e poi, compiuta la scelta delle vettovaglie, si cal nella camera per cercare non so che e, dal basso, con la complicit di Giacomo il padrone che sera coricato, fece la proposta:
Quasi quasi non la cuocerei nemmeno la minestra!
Un po di minestrone ci vuole. A mezzogiorno non ne hai cotto.
C tanta roba che va a male,, rincalz Giacomo.,  meglio mangiarla sin che  fresca. Domani a Marciana ne troveremo altra.
Se ci fosse quel coniglio, ci starebbe bene anche lui ora...
La storia del coniglio torn a galla. Si sapeva che il Dria avrebbe dovuto portarne uno a bordo. Il Negrino, che non era affatto ghiotto e lavrebbe dato indifferentemente magari per una coda di baccal, nella prima notte di guardia, restato solo, dichiar che gli era parso di veder saltare qualche cosa sulle botti della coperta, che poi era finito in mare.
Ce lavete buttato, aveva detto il Dria ridendo, poich non vi piace.
Il Negrino, dandomi leggermente nel gomito perch non vi credessi, mi offerse il purone sussurrandomi per nulla impermalito:
Non bevi? Sai, quella del salto al chiaro di luna,  una storiella, perch il coniglio non lha portato.
Il nostro vecchio, alle insistenze della maggioranza, non protest, sicch la lista fu quanto mai varia e appetitosa.
Col suo coltellaccio affilato, scheggiando un vecchio asse, Dria fece dei trucioli che gli consentirono di appiccare il fuoco al carbone in un attimo. Prepar la scorzonera e, appena lessata, la rinvolt in una specie di crema gialla, passandola poi nelle briciole di galletta grattugiata. Fece un piatto tale di frittura che il Negrino stando al timone, e quindi godendosi in pieno tutto il profumo, non si pent davere rinunciato alla minestra.
Le varie verdure, in una mescolanza pittoresca e squisita, costituirono un piatto di contorno non privo di originalit e, non ultima sorpresa, una torta duova, cipolle e che so altro, cotta in un lago di burro con entro persino acciughe saporosissime, comparve in un piatto tutta giallo-oro, come certi pasticci casalinghi che pi di ogni altra leccornia completano il pasto nei conviti familiari.
Caro Dria, questa volta ci fai scoppiare, disse Giacomo sbucando dalla camera, investito da quei profumi che il vento mandava a dense folate verso poppa e che erano discesi anche da basso a solleticarlo.
Questo che  mangiare!
Il tempo  buono e giacch la roba labbiamo, cuciniamola bene!
Aperto il Canale di Piombino, il vento, secondo la previsione, cambi, ma purtroppo sindebol divenendo sempre pi scarso man mano che ci avvicinavamo allElba. In una diffusa vastit azzurra di cielo, di mare e di lontane isole, il sole sabbass sulla Corsica profilandola nettamente.
Il Negrino che dava le spalle al sole, voltandosi vide quella scena, e, rimasto un istante col piatto sospeso in aria, stette rivolto non potendo contenere la sua meraviglia e ripet per la centesima volta la sua esclamazione.
Capo Corso da lungi, con tutte le ondulazioni pareva scintillasse, investito dal sole che sera nascosto al di l. I riverberi sulla Capraia, assai prossima, piovevano come pulviscoli di luce calanti da una cascata silenziosa. A prua lElba andava coprendosi di lievi penombre, mantenendo chiarori soltanto sulle montagne di granito, affacciate verso le altre isole. Nessuno guard dietro le bassure della costa ove le brume del tramonto scendevano a nasconderla. La diffusa levit azzurra del cielo, del mare e delle montagne emergenti dalle acque, parve posarsi sullampia vela latina che ora a tratti sinturgidiva ed ora pendeva inerte come respirasse con pena.
Il Dria, sollecito sempre nelle faccende di cucina, lieto anche degli elogi per quel pranzo fuori dellordinario, ideato da lui, aveva dimenticato le sue bisogne come gi il Negrino. Presso il mastello, ove rassettava le stoviglie, aveva finito per sedersi e guardava anchegli, masticando il sigaro che non voleva tirare... perch sera spento!
In serata non arriveremo: fra mezzora saremo in calma.
Giacomo con quella osservazione tronc lincantesimo e ricondusse ognuno alla realt. Senza dare disposizioni si cal nella camera e il Negrino discese a bassa prua lasciando al Dria ogni decisione.
Marciana Marina ci stava innanzi. Larco della riva, breve per la lontananza, biancheggiava di case sulle quali andava scendendo il buio, presto interrotto da una punteggiatura di luci allestremit delle quali si distingueva un fanale verde.
Alle undici il paese si rifar buio. Lenegia elettrica se la producono loro, e perci fanno economia. Il fanale in fondo  posato sopra una vecchia torre; andremo ad ancorarci l sotto.  la stagione dei tordi questa:, e qui riemergeva il cuoco, in ottobre si comprano per nulla, vedrai che rosolate...!
Vista la calma assoluta sopraggiunta, visto che non cera nulla da fare, il Dria dopo pochi altri discorsi mi mand in cuccetta.
Erano passate forse due ore quando sulla suola sudirono strisciare i lunghi remi in un pesante tramesto, finch il Dria saffacci al boccaporto:
Conviene levarci di qui, altrimenti il venticello del golfo di Procchio ci riporter lontani. Salite: ci sbrigheremo presto.
Infilati gli stroppi negli scalmi cominciammo una lenta voga verso i lumi. Se lungo e pesante  il remo del ledo, il suo maneggio  agevole assai pi di quello che non appaia. Il tuffo regolare  compiuto pi che dalle braccia, da tutto il corpo, che seconda lo sforzo arcuandosi come in una cadenzata altalena, per cui si pu durare a lungo senza sentirne grave stanchezza.
La fiumana nebulosa della Via Lattea pareva versasse la sua fosforescenza sulle montagne fatte oscure. LElba, immobile nel mare, come una gigantesca mole ancorata o come un favoloso animale assonnato, pareva ingrandire lentamente. Da Portoferraio, a sinistra, oltre il Capo Enfola, saliva nel cielo un alone tenue di luce, la somma dei riverberi della cittadina proiettati in alto, mentre dallampio e deserto Golfo di Procchio laria giungeva crescendo di intensit, sino a consentirci di sospendere la voga e bordeggiare con qualche vantaggio.
 meglio sbrigarci, non vi pare? Altrimenti con questaria, che in mattinata cresce, chiss quando sentra.
Giacomo, quasi a scusarsi per la sveglia, si giustificava.
Dallintensit di luce di una lampara che pescava poco fuori del golfetto, misuravamo il nostro avanzare. In breve, bordeggiando, ci trovammo a ridosso nel porticciolo e calata la lancia, assicurammo la barca con una cima alla catena di un veliero, e gettammo lncora.
 il tocco e i lumi non li hanno ancora spenti; si vede che sono diventati ricchi i Marcianesi.
Con questultima malignit tornammo a riposare.
Svegliarci allalba innanzi a un nuovo paese, quasi ignorando da dove il sole sorger a illuminarlo, quali aspetti si riveleranno, con che nuove persone si faranno relazioni,  limprevisto che viene offerto al marinaio.
Appena desto, mi accorsi che il ledo scarocciava verso la piccola gettata, ma senza arare; la cima era stata sciolta dallequipaggio del veliero partito di buon mattino, sicch la barca trattenuta dallncora, sorientava con la brezza leggera. Lentamente, con le cautele di chi vuol compiere da s unoperazione importante, salpai la cima e con la lancia rifeci lormeggio verso terra.
Dal centro del piccolo golfo si poteva ammirare Marciana Marina assonnata, agglomerato di case nella piana alluvionale di un fondovalle con propaggini sulla riva del mare. La torre del fanale verde troneggiava sulla punta come un massiccio cumulo di pietre eretto a cippo; lampia vallata che saliva sino ai monti Giove e Capanne, oltre i mille metri, offriva sopra una balza, come affacciato a un terrazzo, il paese di Poggio, ridente e vario. Lungo la costa la visione era ancora pi nuova e singolare. Verso il Golfo di Procchio, tutto anse, baie, sporgenze, formanti spesso vere darsene, le scogliere del Capo Enfola digradavano sul litorale gettando in acqua rupi isolate come si scheggiassero. Il sole uscendo quasi dal mare, fece prisma di quelle rupi, sicch la luce proiettata a raggiera, illumin il paesaggio dal basso in modo impensato, creando zone dombra e zone luminose in contrasti azzurro-turchini.
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Pause e bonacce.
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Mentre nei villaggi e nelle citt, pei vestiti lustri dei villici o per i negozi chiusi,  facile sapere, anche quando si  molto distratti, che  giorno festivo, a bordo difficilmente si tiene dietro al lunario. Si contano i giorni della traversata sapendo che soltanto allarrivo  festa e vi  libert. Si scompongono le settimane e i mesi e tutto si riduce a date prestabilite, incuranti se queste combinano con ricorrenze festive o meno.
Vi sono per a volte dei temperamenti eccezionali che non possono dimenticare le consuetudini terrestri. A bordo di un veliero, le cui traversate spesso si protraevano per settimane, poich  difficile stabilire una data di arrivo per queste navi, aggiornava scrupolosamente il calendario un bel tipo di nostromo. Impossibile ingannarsi con lui. Dopo avere sgobbato pi degli altri lintera settimana, il sabato sera faceva un rassetto scrupoloso e si radeva accuratamente. Il giorno dopo, domenica, usciva dalla camera con la camicia impeccabilmente stirata, la cravatta in ordine, vestito a puntino, con le scarpe lucide, e passeggiava da poppa a prora fumando e sputando fuori bordo e, per unico lavoro, attizzando di continuo la pipa.
Dovendo entrare in porto un mattino di domenica, sarebbe stato capace di guardare impassibile le manovre di ormeggio senza parteciparvi, e, unico forse fra tutti i naviganti, avrebbe potuto scendere subito e mischiarsi alla folla del corso per il passeggio senza far sospettare a nessuno, nemmeno alla lontana, la sua provenienza.
Sono ancora i velieri, grandi e piccoli, le sole barche ove  possibile a volte godere il mare e trovare lunghe ore di ozio beato. Per molti  talvolta una noia mortale la bonaccia, ma per il marinaio, scaraventati i mugugni di rito contro il tempo inglese, perch non ci si capisce nulla, spesso linerzia della vela non  che riposo.
Se passa una grande nave da presso, ecco uno spettacolo interessante. Dal primo che lha avvistata in lontananza allultimo, tutti la scrutano intensamente:
 un pacchetto...
No,  una carretta...
E intanto la nave si avvicina.
Avevo ragione io?  un pacchetto.
 uno dei Conti...
Mi pare della Triestina...
Ma no,  della Generale, guardate i fumaioli!
Coi nominativi delle vecchie societ individuano la nave; questa avanza sempre pi e allora si tenta conoscerne il nome, e qualcuno lazzecca.
Quando passa vicina, tutti affacciati la guardano a lungo tentando scoprire che cosa si fa a bordo in quel momento, quali sono le passeggiate di classe, dove sono gli uomini di guardia. Uno comincia con uno straccio bianco a incrociare il saluto agitando le braccia coi segnali imparati nella nostra Marina da guerra, lietissimo di vedere presto dalla poppa della nave che si allontana un altro marinaio rispondergli. Soltanto qualche vecchio, per inveterata abitudine, brontola quando giungono le onde della scia a scompigliare il mare e a sballottare per cinque minuti rande e pennoni.
Navigare di conserva cercando segretamente di superare il vicino, ecco unoccupazione nella quale tutti si gettano con impegno. Qualcuno soffierebbe con la bocca nella vela per accrescere il vento o si sottoporrebbe a un lavoro pi duro di quello giornaliero della pompa che cava lacqua dalla sentina, pure di aumentare la velocit.
Sta al timone il pi abile per non perdere un rifolo; si scrutano le increspature a prua per andarvi incontro e trovarsi in qualche corrente fresca; si impreca ad ogni molleggiare dellaria e si manovrano le vele con accorta perizia. Se per caso la navicella  di quelle che possono avere laiuto dei lunghi remi, eccoli pronti alle robuste scalmiere per essere tuffati ad inseguire il vento quando sfugge, e a riprenderlo subito appena manca, sfibrandosi per fare cento metri e raggiungere le marezzature dove soffia. Chi vince e sopravvanza lasciando indietro il competitore, si compiace di guardarlo soddisfatto. Qualche giovane imbaldanzito vorrebbe urlargli, pur sapendo di non dover cantar vittoria in anticipo:
Volete un tonneggio?
Ma la bravata giovanile non ha luogo e solo si commenta la vittoria con una certa allegria o si giustifica la sconfitta trovando mille ragioni logiche, e magari deviando un po e fingendo di non seguire la stessa rotta.
Loccupazione preferita, durante le ore di navigazione a vela, quando tutto va bene e la barca pulita e assettata naviga con buon vento o  pigra in attesa di qualche bava daria che la scuota,  quella di dormire, in coperta, sintende, se si  nella buona stagione.
Nellombra della vela vi  una frescura paragonabile appena a quella prodotta da un fico frondoso in aperta campagna, e tutta la quiete azzurra concilia il sonno e il riposo che spesso si protraggono per lunghe ore.
Qualche mozzo a volte si arrampica sul pennone e vi si tiene sospeso a cavalcioni zufolando in sordina e scrutando lorizzonte; raramente qualcuno legge, sebbene non sia impossibile trovare chi, proprio nella poco ideale posizione dei pennuti, sistematosi in modo da non precipitare in coperta, se ne sta lass in alto con la compagnia dun libro.
Nellora dei pasti, specie dopo tanta quiete, tutti sono attorno ai fornelli, chi preparando legna, chi attizzando il fuoco, mentre il pi anziano distribuisce a qualcuno la restante verdura perch sia pulita e messa in fresco, e da qualche altro fa preparare il pesto nellimmancabile mortaio, mentre egli dosa i gusti, specie il basilico, e si riserva la direzione dellimportante faccenda.
Nel pasto della sera tutti si accoccolano a poppa, i pi sistemandosi alla meglio con il piatto tra le ginocchia. Il purone fa il giro dei commensali e ognuno beve a garganella il vino tenuto accuratamente in fresco. A quellora comincia quasi sempre la danza dei delfini che arrivano in pi famiglie numerose e circuiscono la barca tenendosi per prudentemente scostati, cos da evitare sorprese. Guizzano agilissimi, spiccano salti, e, soprattutto i piccoli, sempre irrequieti, gareggiano riapparendo ogni istante.
Osservandoli attentamente, talvolta si pu scoprirne qualcuno con la coda mutilata da un colpo di raffio mancato per poco, tenersi un po pi al largo, timoroso, e saltare meno agilmente contorcendosi. Molte fantasie e molte leggende marinare nascono o si rinnovano nella saziet di quella quiete.
Ricordi di pause e bonacce marine risorgevano in noi, a causa delle lunghe soste fatte qua e l, ora in vista delle isole minori, ora innanzi a qualche approdo elbano, aspettando di concludere il carico di mosti, giacch sera in anticipo sulla stagione.
Nessuno era impaziente di arrivare. Portolongone, mta definitiva, era ancora oltre il Capo rugginoso che si avvistava lontano a prua, e innanzi la Punta della Stella ci rivelava due golfi ampi e profondi, divisi da una penisoletta a fuso che facilitavano il piano fantasticare delle ore dinerzia. Erano questi il golfo della Lacona e quello della Stella. LElba nella sua articolazione stupenda, offre quanto di pi inatteso si possa supporre dalla sua natura.
Questi due seni, deserti, senza apparenti segni di vita, case n strade, sono i pi adatti a farci immaginare terre vergini delle quali ci sembra di essere scopritori, che hanno lontane parentele con quelle dei mari del sud, care alla nostra immaginazione per le fantasie che vi intrecciarono poeti stranieri.
Sera lasciata la natura montuosa e aspra di Pomonte.
La rada di Marina di Campo, gi invasa da villini pretenziosi e imbellettata come i borghi rivieraschi, aveva offerto alla nostra ammirazione sulle sue alture i borghi di SantIlario e di San Pietro, radicati alle rupi aride, immobilizzati come da un fenomeno di pietrificazione, per cui le case appaiono generate dalla montagna, coi muri dei fortilizi antichi, oscuri e grommosi.
Rasentando secche o gruppi di scogli isolati, stormi di gabbiani si levavano volando in ampi cerchi senza allontanarsi dai nidi, pronti a tornare sugli isolotti brulli non appena del nostro passaggio si sperdevano le scie. Questi bianchi volatori nella solitudine assoluta, erano i soli esseri viventi.
Avvicinandoci al Capo Calamita, la bussola, scambiato il monte per il nord, non obbed che a quel promontorio senza vigneti, con cespugli radi inaffiati da rigagnoli che colano sedimenti giallognoli.
Con Rio dElba e Rio Marina,  questo il Capo che d allisola la sua pi severa fisionomia. Pontili dimbarco, funivie, cunicoli, impianti industriali su tutti i versanti. I paesini, in altra parte, appaiono anche incipriati di una polvere rossiccia: la ruggine che si sparge intorno incessantemente per la continua attivit. Sul Calamita, mentre giravamo la punta, echeggi stridendo in quella quiete marina il fischio di una locomotiva e apparve un trenino in bilico sul pendo che sbuffando trascinava carrelli di pietrisco di ferro alle tramoggie.
Portolongone non merita la triste fama del suo lugubre nome. Chi vi giunge dal mare non pu chiamarlo che Porto-azzurro, tanto le baie e le anse di cui  formato il suo golfo hanno una limpidezza glauca che il Tirreno prodiga soltanto a pochi tratti privilegiati del suo litorale.
Sul Longone,  vero, lantica fortezza spagnuola enorme e grigia, avanza sul mare e d unimpronta cupa a tutto un tratto del paesaggio, ma non incombe sul paese n lo aduggia, per cui esso vive gaio allombra delle aguzze rupi del Monte Castello in declivio sino a San Giuseppe dove si spargono le fattorie e le ville signorili.
Quando gettammo lncora, altri ledi del Golfo Tigullio gi erano ormeggiati alla banchina. I Liguri sono fra i maggiori clienti dellElba. Prima ancora di scendere in paese, cavati da un cantuccio della bassa prua i tramagli si and a gettarli in un seno deserto da cui si ammirava Capoliveri tra i vigneti, a cavaliere di una collina che riceve venti salsi da due golfi opposti. La cena, ritardata in attesa del padrone sceso per prendere accordi, ebbe subito quella prima sera guazzetti e fritture di pesce fresco che non fecero rimpiangere i soliti stufatini di baccal.
Nella visita esterna al penitenziario, che ponti grevi su fossati isolano ancora maggiormente, lincontro di due bimbette che tornavano da scuola e cinguettavano allegramente storn i pensieri lugubri. Vedendole sparire oltre il pesante cancello apertosi al loro passaggio, ignare del cupo dolore che quasi le sfiorava, rest entro di me un ricordo meno penoso del luogo.
Certamente se Passanante avesse cantato in queste celle, nessuno avrebbe potuto ascoltarlo, mentre a Portoferraio  ancora vivo il ricordo di lui per le nenie e per le romanze che il popolino dice di avere sentito, essendo quelle prigioni meno severe. Portoferraio, piccola capitale di un popolo isolano che ha sue personali espressioni di vita, un po esuberanti a giudicare anche dalle troppe lapidi enfatiche, ma aperto e generoso, nel suo golfo vastissimo non accoglie molti vinacceri. Ospita di preferenza navi che dai suoi alti forni prendono ferro e ghisa per le industrie. Centro operoso, ha molti aspetti: una cittadella e una penisoletta turrita, un ampio semicerchio di palazzi, automobili, caff, stampa... Ci riconducono per agli aspetti migliori le rupi del Volterrajo, arcigne e scoscese, che al di l del golfo dominano selvagge una natura vergine dalla quale non vogliamo. staccarci.
Carri e autocarri portano il mosto, che dalle cantine sapide di fermenti si riversa in tinaie e passa nella nostra stiva. Le mani, gli abiti, sono molli e dolci di sapa e anche la succosa biancona pi non ci fa golosi poich un solo grappolo basta a saziarci. La coperta  ingombra di cesti; piramidi di grappoli ovunque; il frutto della vendemmia, senza pampini, si stipa in tutti gli angoli, gi maturo per la prossima pigiatura. Il padrone osserva le variet, giudica, fa apprezzamenti e previsioni. Ogni cantina, e ogni tenuta, ha speciali qualit, e la raffinatezza dei sensali per la scelta e la combinazione dei vari tipi d luogo a lunghe discussioni. Il pi delle volte in quei discorsi ci sentiamo ignoranti e nulli come di fronte a quesiti di una scienza occulta di cui ci siano ignote le leggi e i principii.
Alla partenza faremo altra strada. Oltre il Longone, troveremo Rio dElba e Rio Marina rugginose e poi Cavo con lisolotto dei Topi che quasi lo nasconde. Nello stretto incontreremo Palmajola e Cerboli solitarie; lungi Piombino e, in seguito, Monte Nero, guida sulla via del ritorno per lungo tratto sin oltre la Meloria.
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Lungo la Meloria.
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Non era facile stare in armonia con Ranci, vecchio marinaio permalosissimo. Guai a usare paragoni per cose che lo riguardavano e che potessero sembrargli irriverenti. Se poi ne aveva bevuto un bicchiere di pi, non ci si salvava. I compagni, spesso maligni e burloni, conoscendo il difetto lo stuzzicavano:
Hanno detto che mugugni come una botte in fermento...
L per l cercava di reagire fingendo non gli importasse nulla di nulla, ma poi, un po misantropo comera, rimuginava a lungo ogni allusione, estendeva il significato ridicolo che poteva avere e borbottava sordamente da solo, sia che si appartasse, sia che rimanesse in coperta un po discosto dagli altri. Era una infelicit anche quella, e guai a cercare di dimostrargli lassurdo dei suoi pensieri e ridurre al ragionevole ogni cosa. Quandera incaparbito aveva ragione lui, comunque gli avessero deformato la reale portata dogni fatto, e la sua mente ne avesse esagerato limportanza. Diveniva astioso e quasi nemico anche con chi, innocentemente, aveva usato un linguaggio figurato per dare evidenza al discorso.
Per, non essendo cattivo, bastava non far caso e ignorare la sua debolezza per riuscire a convivere da buoni camerati, a ottenere anzi confidenze, tanto pi espansive in quanto raramente si esponeva a narrazioni, sempre per quel terribile incubo del ridicolo.
Appena ci si alza dalle cuccette per la guardia di notte e si mette piede in coperta, vinto il fastidio della sveglia e la sonnolenza, si ha sempre viva curiosit di vedere quanto cammino hanno fatto gli altri. La vela non consente calcoli se non approssimativi e non bisogna mai fidarsi troppo delle previsioni.
Ranci, quando sal verso le tre, si guard intorno come al solito senza nemmeno stropicciarsi gli occhi:
Avete camminato...
Un elogio fatto da lui valeva per dieci. Chi si cal a dormire disse al compagno, annaspando nel buio senza nemmeno accendere la candela:
Ranci vuol far testamento.
Restammo soli in coperta. Il vecchio, sistematosi sul pancaccio, si strinse alla barra che gli rest aderente ad un fianco e si avvolse stretto in una coperta di lana rimanendo incappucciato e informe come un cumulo di strame. Guard nellapertura della camera la lanterna oscillante che illuminava la bussola, si volse verso la costa poi prese latteggiamento solito del timoniere nelle ore notturne, assorto, quasi assente da ci che non  istintiva misura e calcolata manovra.
A un certo momento, come si accorgesse allora della mia presenza, disse:
Copriti; nelle Bocchette il vento  freddo.
Meglio per noi se soffia.
Si vede che non hai navigato con Capitan Ravenna tu!
Per mostrargli di avere apprezzato il suo consiglio anche perch realmente laria pungeva, ero sceso a pescare un giacchettone che mi ricopriva meglio di un pastrano, a tentoni, con cautela, per non svegliare nessuno.
Ne ho sentito parlare spesso di Capitan Ravenna.  vero che partiva con calma bianca e qualche volta da Livorno arrivava a Genova a forza di remi, con la lancia di prua?
Vista la buona disposizione di Ranci non mero lasciato sfuggire lopportunit di passare meno silenziosamente quelle ore notturne. Il vecchio tard un poco poi, come dovesse riesumare qualche fatto lontano, riprese dalla mia osservazione.
Quando i marinai erano scontenti perch le traversate duravano troppo a lungo, egli non aveva riguardi... Il padrone sono io; mi conoscete abbastanza. A chi non va, sa come cambiare. E tutti stavano zitti. Se qualcuno poi, stanco delle bonacce, si lasciava scappare parole come le tue, ed egli lo sentiva invocare il vento, gli soffiava sulla faccia: Pregati del pane nella coffa, altro che vento...!. Ma Ravenna sai, non aveva bisogno di assicurarsi la barca quando partiva.
Questa specie di nostalgia quasi risentita, non svegli nessun rancore per le cose nuove. Caso raro, perch i vecchi non perdonano mai.
Presso le botti caricate in coperta, non ignoravo certamente dove luva era stata collocata. Avevo avuto cura di scoprirla perch la guazza notturna la ravvivasse e ogni tanto piluccavo gli acini pi gonfi assaporandone la dolcezza con golosit, senza divorarne troppa, nella tema di distruggere in pochi minuti il desiderio, appagandolo ingordamente. Sapevo anche dovera il fiasco e ogni tanto mi avvicinavo al timoniere:
Bevetene un sorso.
Se gli avessi chiesto:, Avete sete?, mi avrebbe sempre detto di no, ma laccettazione del fiasco non lo costringeva a dichiarazioni, per cui poteva bere senza confessare il desiderio e compromettersi.
Vieni un po al timone, mi disse a una certora., Vado a prendermi mezzo sigaro.
Ingolfato nel giacchettone, strinsi anchio la barra. Guardai la bussola come per compiere un atto indispensabile al mio rango di timoniere di guardia, la vidi tutta a nord e, desideroso di sentire nelle mie mani il timone, andai leggermente orza e poi raddrizzai subito, per il gusto infantile di notare una leggera deviazione dellago oscillante.
Ranci torn dopo un quarto dora.
Il vino bolle sempre. Sembra che ci sia un mercato ebreo nella stiva. Ogni botte ha un suono diverso.
Nel cercare il tabacco, frugando adagio nella sua cuccetta, aveva finito per ascoltare i borbottii che si udivano distintamente, dalle connessure aperte.
Quali ebrei?
La domanda potrebbe apparire ingenua, ma aveva uno scopo.
Quelli di Tunisi, li ricordo bene.  laggi che andavamo a pescare quando si pescava sul serio. Acciughe a tonnellate. I barili erano sempre troppo pochi. Al ritorno, quando ci si mollava con lo scirocco qualche volta la prima terra italiana che si incontrava era Monte Cristo.
Livorno, alla nostra sinistra, lasciava nellaria albori scialbi che si spegnevano nellombra cinerea della costa e Viareggio, sempre pi vicina, tracciava una retta luminosa pi intensa. Le Bocchette, secondo il Ranci, erano Bocca dArno e quelle dei torrenti che nel pianeggiare della costa finivano in mare. Il vento, come incanalato e sospinto sui corsi dacqua, arrivava a noi che eravamo al largo, fresco e costante, imprimendo al ledo unandatura svelta che il carico non pareva diminuire.
Coi gozzoni era una vita diversa. Due o tre mesi durava la campagna. Si andava quasi sempre di conserva ma spesso, nel cambiamento delle stagioni, le nevare e la nebbia ci dividevano e allora ognuno cercava di arrangiarsi per conto suo.
Un rivano che si teneva pi a terra ed era di coppia con noi, una volta fu perduto di vista. Era impossibile aspettarli e cercarne conto perch il tempo minacciava. A Livorno ci volle del buono per riuscire ad entrare, e quelli che restarono fuori furono pi disgraziati ancora. Venduto il carico, mentre si tornava a casa senza notizie dei compagni, proprio in questi paraggi fu pescato un pezzo della murata che apparteneva al rivano, con il nome della barca. Cosa ne avresti pensato tu? Quello che ne pensarono tutti. Appena a casa qualcuno and dal prete e gli fece vedere il pezzo straripato, ed egli, con i modi che sanno loro, and in paese e col suo collega cerc di preparare le famiglie alla perdita.
Disperazione generale. Si misero a lutto, fecero i funerali e un giorno eccoti il rivano rimesso a nuovo che pi nessuno riconosceva. Aveva appoggiato a Viareggio, venduto il carico e riparate le avare.
I Rivani non vorresti averli a bordo quando sono a lutto, perch vanno allantica. Il lutto dura un anno, e per tutto il tempo non si tagliano la barba n i capelli.
Il fanale della Meloria ci era prossimo. La notte serena ci permetteva di scorgere assai bene, oltre la gabbia di ferro da cui veniva la luce rossa, anche lantica vedetta medioevale pisana, una torre quadrata che pare emerga dal mare e si mantenga immobile sulle onde.  basata su uno scoglio a sud del famoso banco di sabbia e fango che corre per oltre quattro miglia, largo circa tre, parallelo alla costa, assai lontano da questa.
Qui tutti i bastimenti, prima che a Livorno facessero un porto sicuro, si mettevano allancoraggio quando cera tempesta, disse Ranci indicandomi col braccio liberato dalla coperta tutto un lungo tratto di mare., Ora ci vengono i pescatori napoletani a calarvi le reti e le nasse, perch il fondo  appena a tre o quattro metri.
Non ricord, o forse le ignorava del tutto, le battaglie navali tra Genovesi e Pisani. Per quanto amante delle cose vecchie, il 1241 e il 1284 erano date troppo antiche e lontane da lui.
Guarda la barca-fanale nella testata, puoi vedere quanto  lungo il banco tra i due lumi. Ogni otto secondi fa un lampo. Quando vi  la nebbia, la sirena non la smette mai.
Il battello-fanale, lunico faro galleggiante dItalia, lavvistammo bene pi tardi quando gi chiarori perlacei si diffondevano sullacqua. I marinai lo chiamano ferro da stiro. Ha un equipaggio di sei uomini che viene cambiato ogni quindici giorni e non pu spostarsi se non a rimorchio. Da anni ballonzola sorreggendo lenorme uovo di cristalli sfaccettati sempre perpendicolare, e segna limmensa secca alle navi che incrociano nei paraggi.
Passata la Meloria, avendo preso gusto alle rievocazioni, il Ranci, ordinato nelle idee come tutti quelli che ripensano di continuo ogni cosa per valutarla e rivalutarla, torn ai Rivani.
Non era la prima volta che capitavano casi di quel genere a loro. Questaltro  buffo. Una goletta era andata a caricare fave in Sardegna e il capitano avendo trovato a far bene (o male che sia) in un certo paese, pens di restarci finch gli comodava, senza dare schiarimenti allequipaggio. Ogni tanto qualcuno tentava di smuoverlo e al mattino si affacciava alla camera per annunziargli il tempo:
Nuvole bianche.
Resta nelle calanche.
Vento sottile.
Non mi ci venire.
Nuvole grosse.
Vento a mucchi.
Aria di mare.
Non ti fidare...
Difficile tradurre il gergo e i proverbi del Ranci, ma su per gi, suonavano cos.
Le risposte erano sempre le stesse, e cio: non si parte.
Rassegnato, lequipaggio si mise a cucinar le fave del carico e a pescare nei dintorni per variare i pasti.
Aspetta che taspetta, a casa cominciarono a dubitare dellarrivo. Chi va per mare va allincerta, si sa. Ognuno che veniva di fuori, anche se arrivava da Malaga o da Pachino, diceva la sua:
Ci sono stati di quei tempi! Si saranno perduti sicuro.
Le famiglie misero il lutto e fecero i funerali. Finite le fave, il capitano fin anche lui di proverbiare e scendere a terra, e dopo pi di un anno torn a casa.
Lalba gi annunciata sul fanale della Meloria aveva schiarito silenziosamente lorizzonte attorno, diradando le nebbie verso terra e facendo apparire le Apuane. Sui picchi bianchi di marmo, tra fumee di valli apparve il sole e si riflett sulla vela. Da bassa prua sal il Dria. Visto che piluccavo e ascoltate le ultime battute del racconto a lui noto, osserv:
Se fosse bonaccia, tu finiresti il carico duva peggio dei Rivani.
Ranci, dimenticatosi inspiegabilmente di svegliare i compagni per farsi dare il cambio, si alz senza sgranchirsi e spar, lasciando senza risposta le malignit del sopraggiunto, che mormor da s:
Vuol proprio far testamento questa volta...
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FINE.
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BREVE ELENCO DI VOCI MARINARE.
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Questo elenco potr servire a quanti, lontani dal mare e dalle citt marinare, non hanno familiarit col linguaggio di coloro che vivono tra vele e cordami. Tanto meno pretende di porgere al lettore profonde illustrazioni tecniche:  una semplice guida a meglio intendere la nutrita e schietta prosa marinara del Descalzo.
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Antenna, lunga pertica di legno alla quale  attaccata la vela latina.
Baia, recipiente a forma di mastello.
Barra, manovella che serve per manovrare il timone.
Bilancella, barca da pesca con una sola vela.
Biscaglina, scaletta di corda, per montare sulla nave da fuoribordo.
Bitta, colonnina bassa, grossa, robusta, di ferro, alla quale si avvolgono i cavi per tenere ormeggiata la nave. Le bitte a terra sono anche di ghisa, pietra o legno.
Boa, grosso galleggiante, ancorato in un punto fisso, per indicare impedimento della navigazione. Qualche volta la boa serve anche per ormeggio.
Bomprsso, albero che sporge oltre la prua.
Bordo e bordeggiare,  lavanzare della nave a zig-zag per raccogliere tutto lo spirare del vento.
Bragozzo, barca da pesca dei porti adriatici, con prua sottile e poppa quasi quadra. Porta due piccoli alberi.
Brigantino, nave a vela con due alberi. Nel Tirreno  detto scuna.
Buglilo, piccola secchia di legno o di cuoio, con manico di corda.
Cambsa, la dispensa di bordo.
Cappio, nodo con due maglie e due capi. Tirando uno dei capi il nodo si scioglie.
Carabottno, grata messa a riparo dei boccaporti.
Carretta, piroscafo da carico, di forma tozza e sgraziata, che non d affatto lidea di velocit.  munita di molti argani per il carico e lo scarico.
Cavo, fune, corda. Tuttavia, a bordo, non si parla mai di fune o corda. O son cavi, o son cime, o son gomene. Corda  quella della campana.
Chiatta, barca a fondo piatto, usata per il carico e lo scarico delle merci.
Cima, parte estrema di un cavo, ma anche tutto il cavo.
Coffa, piattaforma circolare posta al congiungimento dellestremit dellalbero col troncone superiore.
Drizza, fune con la quale si alzano e si regolano le vele.
Felca, bastimentino a vela con due alberi.
Gavne, magazzino di deposito e anche prigione.
Goltta, piccola nave a vela con due alberi. Dal francese golette: rondine di mare.
Gmena, grossa corda formata di corde meno spesse attorcigliate insieme, che serve per legare la nave alla terra ferma.
Gozzo, piccolo battello, a remi o con un albero e piccola vela, gonfio nel mezzo e usato per la pesca.
Lampra, grande rete a strascico, trainata da una barca che porta a poppa un fanale per attrarre il pesce.
Landa, spranga di ferro che serve per tener fermo il sartiame allalbero.
Latino, barca da pesca con vela triangolare.
Leda, piccola imbarcazione, a vela, da trasporto. Ha forma di liuto e manca di prua tagliente.
Manita, rete lunga da ottanta a cento metri, a maglia fitta. Si usa molto nel Tirreno. Viene trascinata da due paranze che avanzano di conserva.
Mandillo, largo fazzoletto che si usa a bordo per andare a fare acquisto di alimenti.
Manichetta, lungo condotto o tubo di cuoio, tela, gomma, col quale si imbarcano acqua dolce, vino e altri liquidi.
Matafine, funicella a treccia, molto flessibile, che serve per annodare le vele.
Mazza o boma,  unasta orizzontale che serve a tener ferma e distesa la vela.
Murta, fianco della nave dalla linea di galleggiamento fino al parapetto.
Nassa, ordigno da pesca, specie di trappola a imbuto, con due aperture, costruita con vimini, giunchi, canne pieghevoli.
Navicello, piccolo bastimento con due alberi, di cui uno posto molto a prua e inclinato in avanti.  molto in uso nei porti della Toscana.
Obl, dal francese hublot,  il finestrino tondo degli alloggi nelle navi.
Ombrinli, fori praticati nella murata per dare uscita alle acque scolanti.
Orza!, ordine dato al timoniere perch mandi la prora della nave a fare col vento langolo pi piccolo possibile.
Pacchetto, piroscafo da passeggieri. Di forma slanciata, inclinato verso poppa.  nome generico: pu essere poi un postale, un transatlantico, ecc.
Palamto, strumento da pesca, che si stende orizzontalmente tra due punti dappoggio e da cui pendono numerose lenze con amo. Si chiama anche, secondo le varie regioni, parangolo, conzo, lenzara.
Paramezzle, trave che corre da poppa a prua, sta sopra la chiglia e serve di consolidamento e collegamento delle parti che formano la chiglia stessa.
Paranza, piccola nave a vela destinata alla pesca.
Pennne, asta orizzontale che sostiene le vele quadre.
Polaccne, vela detta anche di trinchetto.
Purone, recipiente a cono, con beccuccio verso la base, che contiene vino o acqua, e permette che il liquido non si rovesci anche con forte rullo.
Rasada, vela trapezoidale, che fa parte delle vele auriche.
Srtia, grosso cavo che serve a sostenere gli alberi di un bastimento.
Scalmo, caviglia nella quale si fissa e si muove il remo, tenutovi fermo dallo stroppo.
Sentna, la parte pi profonda e interna della nave.
Strallo, cavo che trattiene lalbero verso prora. Veletta di strallo  la vela che si attacca allo strallo.
Stroppo, cappio che tiene fermo il remo nello scalmo.
Tagliamare, parte della prora che fende londa.
Terzaruoli, parti di vela da togliere e da rimettere. Terzarolare  loperazione di togliere i terzaruoli.
Tesare, tendere, tirare corde o vele.
Tonneggio, cavo lungo, sottile ma robustissimo, che serve per trascinare le piccole navi da un punto allaltro del porto, e comunque per rimorchiare una nave che non pu avanzare coi suoi propri mezzi.
Vela: tre specie: a) quadre; b) latine (triangolari); c) auriche (trapezoidali).
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FINE.